Il buon senso è uguale per tutti?

Il buon senso è uguale per tutti?

Ogni Consiglio Comunale che passa ci presenta spunti di riflessione sempre più preoccupanti sulla tenuta stessa di una democrazia da tempo malata, a tratti rassegnata, che non pare in grado di adeguarsi ai cambiamenti susseguitisi dal tempo della sua nascita nel dopoguerra.
Il grido dall’allarme è stato già più volte lanciato non solo da forze o movimenti politici alternativi quanto da personalità di spicco della scienza politica. Ciò che appare sempre più chiaro, quanto drammaticamente urgente, è la necessità di un’attualizzazione e di una modernizzazione dell’essenza stessa della politica pena l’occupazione di spazi clamorosamente lasciati vuoti, dagli attuali detentori del potere, da parte di improvvisati “uomini forti”.
Chi ha avuto la pazienza di leggere qualcuno degli editoriali qui pubblicati negli ultimi anni avrà certamente notato come il nostro ambito di manovra sia l’ambito locale, territoriale. Le nostre analisi socio-politiche non sono mai meramente polemiche o fini a loro stesse, ma partono da uno sguardo più generale dei fenomeni globali, nei quali siamo immersi, per scendere fino alla nostra quotidianità, all’amministrazione della nostra città.
I cambiamenti e l’evoluzione del dibattito politico che reputiamo necessario mettere repentinamente in atto, nella speranza di contrastare la deriva populista e accentratrice riscontrabile a livelli geograficamente più ampi, passa anche dalle istituzioni locali delle quali facciamo parte e nelle quali possiamo, seppur nel nostro piccolo, in qualche modo incidere.
Il nostro ruolo all’interno delle istituzioni deve essere come quello dei contadini che gettano il seme in terra, lo curano e lo proteggono fino a farlo germogliare prima di diventare una pianta rigogliosa dalla quale prelevare, naturalmente, molti altri semi tanto da poter rendere possibile e concreto un intero campo di grano. Se guardiamo ai semi come a quelle “buone pratiche” che la politica potrebbe mettere in atto, rivalutando il concetto basilare, per una democrazia compiuta, del pensiero collettivo e del bene comune, diventa facilmente immaginale l’inizio di un percorso virtuoso e includente in grado di portarci fuori dalle secche nelle quali la politica dei partiti, soprattutto di quella amorale, superficiale e semplificatrice degli ultimi decenni, ci ha fatto incagliare.
I semi, come le buone pratiche, sono piccole cose, ma possono cambiare il nostro modo di vivere in maniera semplice e senza la necessità di quelle ingenti risorse economiche che oggi scarseggiano dopo l’abbuffata consumista drasticamente interrotta dalla crisi globale del primo decennio di secolo.
Noi come forza civica fin da subito ci siamo posti nei confronti dell’istituzione che rappresentiamo e dei cittadini come dei seminatori e nei tre anni fin qui passati abbiamo gettato molti semi. Purtroppo, come anticipato in apertura, poco o nulla ha potuto germogliare e crescere ad Ivrea per l’assoluta incapacità a dialogare dell’attuale Amministrazione ingabbiata nella miope visione politica del PD locale. Modalità molto simile, se non uguale, a quella proposta dall’ormai partito unico della Nazione nel quale con gli avversari, addirittura quelli interni, non si discute, ma si bruciano con il lanciafiamme o, se gli va un po’ meglio, si rottamano.
Un seme, che pensavamo impossibile non venisse condiviso, l’abbiamo portato all’ultimo Consiglio Comunale tramite una mozione nella quale, dopo aver proceduto ad un’analisi puntuale delle regole esistenti sulla redazione e pubblicazione dei verbali dei vari organi assembleari: Conferenza capigruppo, Commissioni consiliari, Commissioni d’indagine, Consiglio Comunale chiedeva a Sindaco e Giunta di “rispettare e/o far rispettare da chi di dovere gli adempimenti richiesti dal Regolamento del Consiglio Comunale” e di “verificare che quanto stabilito e dovuto sia effettuato perentoriamente nei termini richiesti”.
In parole povere questa mozione chiedeva, molto semplicemente, all’esecutivo e alla struttura di rispettare la legge. Il testo non contiene alcuno spunto polemico, è oggettivo e cita esclusivamente norme desunte dal Regolamento del Consiglio Comunale.
Brevemente:
-della Conferenza Capigruppo si dovrebbe tenere un verbale sintetico. Mai fatto;
-delle Commissioni consiliari si dovrebbe redigere un verbale da approvarsi nell’adunanza successiva. Qui i verbali si fanno, ma vengono trasmessi con mesi di ritardo e mai approvati;
-delle Commissioni d’indagine si dovrebbe redigere un verbale anche se vincolato al segreto d’ufficio. Riguardo la Commissione d’indagine sul fallimento CIC, della quale facevo parte e dalla quale mi sono dimesso per la chiara volontà dei membri del PD di non andare a fondo su alcunché, ho espressamente richiesto mi venisse fornito il verbale delle riunioni effettuate, ma ciò non è avvenuto;
-del Consiglio Comunale viene effettuata una registrazione che viene poi trascritta e che dovrebbe venire approvata nella seduta successiva. Proprio nel Consiglio in cui la mozione è stata presentata venivano portati in approvazione 4 verbali risalenti, alcuni, a un anno prima.
Siamo d’accordo a non essere troppo rigidi, ma visto che spesso il contenuto dei verbali può diventare importante nell’alimentare correttamente il dibattito ci sembrerebbe quanto meno opportuno redigerli, quando dovuto, e trasmetterli in visione in tempi non biblici.
Alla luce di quanto sopra ci saremmo aspettati che la maggioranza consiliare si esprimesse compatta a favore di questa richiesta che, trattandosi dell’applicazione di regole, è assolutamente trasversale e non ideologica. Ma ad Ivrea può succedere che il capogruppo PD motivi l’astensione (quindi bocciatura) della maggioranza perché “a volte bisogna usare il buon senso”. E’ curioso come oggi dalle parti del partito unico ci si appelli spesso e volentieri al buon senso che notoriamente non è oggettivo né democratico. Il buon senso di Renzi potrebbe, ad esempio, essere diverso dal buon senso di Bersani come il buon senso di Salvini potrebbe essere diverso dal buon senso di Vendola.
Sostituire le regole democraticamente stabilite con il buon senso di chi detiene il potere non pare una buona via d’uscita alla crisi della politica di cui parlavamo in apertura di articolo anche perché ci insegna la scienza politica che la democrazia richiede un sistema di regole e di procedure chiare capaci di superare il “buon senso” del monarca o del dittatore di turno.
Tornando alle questioni nostrane, se un fondo ci può essere nell’azione politica dell’attuale Amministrazione crediamo che con questa ultima trovata ci siamo arrivati. Per il vero qualcuno sostiene che non solo abbiamo già toccato il fondo, ma che si è cominciato a scavare…

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 14 giugno 2016

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