Due pesi, due misure

Due pesi, due misure

Chi ha avuto la pazienza di leggere gli editoriali delle scorse due settimane avrà riscontrato il nostro tentativo di evidenziare il rischio di una deriva anti-democratica generalizzata che, raggiunto ormai un livello globale, scende a cascata fino a insinuarsi nell'intera pubblica amministrazione italiana. Ciò che preoccupa di questo processo iniziato da tempo sono la sua opacità, il suo procedere nelle zone grigie delle istituzioni, l'eccessiva vicinanza ai confini dell'illegalità, l'indebita contiguità con gruppi di potere privati e un'insidiosa capacità nell'aggirare le regole nel silenzio degli organi di controllo.
Dicevamo anche che, per arginare questa deriva autoritaria, servirebbe ripartire dal basso, dai cittadini, dagli enti locali, dai territori, in modo di portare all'interno dei municipi e nelle sedi delle istituzioni più in generale una ventata nuova di trasparenza, legalità, partecipazione popolare, chiarezza, sobrietà, onestà; il tutto finalizzato a rendere effettiva e universale quella Res Publica, poggiata su forme di governo democratiche, che dovrebbe essere il faro in grado di illuminare la civiltà del terzo millennio.
Alla luce di tutto questo viene da chiedersi come siamo messi nella nostra realtà ed allora proviamo a cogliere qualche aspetto, seppur sommario, di quanto accade in tal senso nella nostra piccola città. Abbiamo ormai superato la metà del mandato dell'attuale amministrazione e possiamo tranquillamente sostenere che, nonostante ripetuti e costanti segnali di disponibilità a collaborare da parte nostra e di altre forze di minoranza: di processi partecipativi, di capacità di coinvolgimento dei consiglieri comunali e dei cittadini, non si vede, e molto probabilmente non si vedrà mai, nemmeno l'ombra.
Sono ormai decine e decine le interpellanze, le interrogazioni, le segnalazioni di cittadini che abbiamo inoltrato a Sindaco e Giunta, ma di riposte ne sono arrivate ben poche e di quelle poche diverse aggirano l'ostacolo rispondendo ad altro o facendolo in modo evasivo e superficiale.
Per farci capire proviamo a fare un paio di esempi concreti.
Nell'ultimo Consiglio Comunale del 25 gennaio scorso abbiamo richiesto, tramite un'interpellanza, l'elenco dettagliato delle spese sostenute dalla Fondazione Guelpa per la candidatura Unesco. Il Sindaco durante la riunione del parlamentino eporediese ha detto che non avrebbe fornito all'aula cifre definitive e men che meno per iscritto snocciolando una serie di numeri che assommavano all'iperbolica cifra di 420.589 euro che, peraltro, voci di corridoio dicono essere poi stata abbondantemente superata. In una risposta di questo tipo balzano con evidenza agli occhi la presunzione e il fastidio con i quali l'attuale esecutivo guarda al Consiglio Comunale che, in una democrazia rappresentativa, dovrebbe essere l'organismo, come tutte le assemblee, che rappresenta i cittadini.
Questo almeno per due punti: in primo luogo è inaudito che non sia stato prodotto un documento scritto, seppur espressamente richiesto, e, successivamente, non è ammissibile che alla fine di un lungo percorso di candidatura, definito dal Sindaco come "parsimonioso", l'ente pubblico non possieda e non sia stato in grado di esporre cifre definitive e chiare in tutta trasparenza anche se, come è stato detto, non ancora del tutto pagate. Si presume infatti, anche perché è un obbligo di legge, ci sia un controllo contabile e amministrativo che, oltre a sapere quanto è già stato speso, ben dovrebbe conoscere quanto ancora si dovrà spendere.
Anche alla luce dei continui e mai interrotti scandali riguardo fondi spesi allegramente o in maniera fraudolenta dalla Pubblica Amministrazione (Mafia capitale, Sanità lombarda, Expo, Mose, mutande verdi e ammennicoli vari) e al particolare momento di difficoltà economica delle famiglie italiane è diventato doveroso e imperativo rendere noto all'opinione pubblica ogni movimento di denaro pubblico foss'anche di un singolo euro.
Cambiamo argomento: con una seconda interpellanza abbiamo richiesto se fossero state rispettate le norme riguardanti le alberature "obbligatorie" nei parcheggi in area PP3 (ex Montefibre) afferenti gli edifici del Tribunale, Ivrea Parcheggi, Agenzia delle Entrate, A.C.I., ecc. Specifichiamo ai non addetti ai lavori che si tratta di opere da realizzarsi a spese del privato, tra le quali appunto la piantumazione di un certo numero di alberi, in base ad una Convenzione urbanistica nella quale ne vengono specificate le caratteristiche per poter poi venire prese in carico dal Comune. Va aggiunto che l'Ente Pubblico, prima di prenderle in carico, deve verificarne la rispondenza all'atto convenzionale tramite un collaudo amministrativo.
Visto che lì di alberi non ce ne sono, la riposta dell'Assessore ci ha lasciati basiti. In seguito alla nostra segnalazione è stata sì avviata una verifica, ma nel contempo, essendo i parcheggi utilizzati da anni, il Comune li ha già "regolarmente" presi in carico. Se la piantumazione degli alberi è una condizione essenziale per poter collaudare tali opere come può il Comune averli presi in carico se gli stessi non c'erano? Non sappiamo quanti lettori abbiano mai avuto a che fare con un Piano di edilizia convenzionato, ma ciò che vi possiamo garantire è che è compito della struttura pubblica verificare, prima del rilascio dell'agibilità degli edifici, la regolarità delle opere da dismettere al Comune. E questo normalmente accade, ma si sa che in Italia la Legge è uguale per tutti, ma per qualcuno è più uguale; con buona pace dei cittadini che rispettano le regole e le code agli sportelli degli uffici pubblici.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 1 marzo 2016

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