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Il populismo non nasce per caso

Il populismo non nasce per caso

Viviamo una fase politica e sociale complessa nella quale molte di quelle che fino a qualche tempo fa consideravamo certezze sono venute o stanno venendo meno. Non ci sono più porti sicuri dove attraccare in caso di tempesta e scarseggiano sempre più quei valori di riferimento che hanno aiutato la società contemporanea, almeno fino a un certo punto, ad evolversi.
Se pensiamo a quante conquiste in tema di diritti, emancipazione, giustizia, libertà, abbiamo visto e vissuto durante il secolo breve oggi rimaniamo come smarriti di fronte alla quasi totale assenza di tali slanci di umanità. Eppure in molti abbiamo creduto che la globalizzazione, nella sua accezione mondialista, avrebbe potuto abbattere le residue barriere ideologiche operando fattivamente alla realizzazione di un mondo più giusto, pacifico, equo e solidale.
Purtroppo le cose non sono andate proprio così ed oggi viviamo uno dei periodi più bui della storia come se ci trovassimo metaforicamente seduti sul ciglio di un baratro quasi passivi in attesa di un manina che ci dia la spinta finale o che ci riporti in una zona sicura.
Il divario tra sempre meno ricchi e una moltitudine di poveri sta assumendo dimensioni mai viste prima, le guerre che insanguinano il pianeta non si riescono nemmeno più a contare, l’ecosistema mondiale viene violentato e messo a rischio tutti i giorni, le disuguaglianze invece di scomparire aumentano a dismisura alla faccia delle tre magiche parole: “liberté, égalitè e fraternité” che hanno contrassegnato la nascita della modernità.
Paradossalmente gli sforzi che sono stati fatti per conquistare diritti fondamentali sono venuti meno il giorno dopo il loro ottenimento grazie ad una politica rapace ed autoreferenziale finalizzata esclusivamente ad intestarsi determinate vittorie lasciando in tal modo in mano a potentati economico-finanziari globali l’elaborazione di quelle politiche pubbliche diffuse e universali che si sarebbero dovute imperniare proprio su quei diritti appena conquistati.
Se oggi nel mondo prevalgono populismi e nazionalismi di vario genere sarebbe però il caso di capire come sia stato possibile che ciò avvenisse e su questo la politica dominante degli ultimi decenni ha delle responsabilità enormi. Le forze politiche tradizionali, incardinate in forme e logiche partitiche ormai anacronistiche, invece di ergersi a paladine della moralità e della bontà a prescindere avrebbero fatto meglio ad indossare occhiali nuovi adatti a leggere il mondo nuovo del terzo millennio, ma soprattutto avrebbero dovuto scendere dal pulpito ed andare in mezzo alle persone, agli ultimi, ai più deboli per toccare con mano la trasformazione in atto da tempo in una società sempre più multietnica e multiculturale basata inopinatamente sulla disuguaglianza e sulla finanza liberista.
Senza lanciarsi in complicate analisi internazionali possiamo limitarci ad osservare questo processo globale guardando alla situazione italiana sia a livello nazionale che locale. Il dibattito politico messo in atto dai partiti, o da ciò che ne è rimasto, è ancora basato sulla divisione dicotomica dell’elettorato tra destra e sinistra, comunismo e fascismo, buoni e cattivi, tutte categorie che non esistono più, perlomeno nelle loro forme originarie e decontestualizzate, e che di certo non rappresentano la complessa società contemporanea a partire dalla sua componente più giovane. Giovani che, con sempre maggior frequenza, non vanno nemmeno più a votare non sentendosi ascoltati né rappresentati da coloro i quali dovrebbero garantire il loro futuro ed invece sono solo preoccupati di mantenere qualche poltrona a scapito di un necessario ricambio generazionale.
Se a questi si aggiungono quelli che non credono più nella politica ecco che arriviamo alla triste constatazione che alle ultime elezioni comunali, tanto per fare un esempio ha votato meno della metà degli elettori.
Eppure non possiamo fare a meno della politica che, se interpretata correttamente, dovrebbe porre la basi per la convivenza pacifica tra le persone stabilendo, tramite un dibattito democratico, le regole del gioco. Il benessere delle persone, la giustizia, la lotta alle disuguaglianze e alla povertà, la salvaguardia ambientale, la pace tra i popoli sono diritti universali e nessuno può arrogarsene la potestà esclusiva. Certo ci saranno delle sfumature e dei punti di vista differenti (e meno male), ma in quella società evoluta idealizzata dai grandi pensatori dei secoli scorsi, tra i quali trova certamente un posto di rilievo Adriano Olivetti, donne e uomini responsabili e intellettualmente evoluti sapranno trovare una sintesi e dare una risposta a tutti i problemi che la contemporaneità ci metterà di fronte. La sfida è di quelle da far tremare i polsi, ma non ci sono alternative e da qualche parte bisogna pure cominciare …

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 24 luglio 2018

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