Il principio di tolleranza applicato al razzismo

Il principio di tolleranza applicato al razzismo

Partiamo dall'antefatto: Viviamo Ivrea ha organizzato per sabato 1 novembre, allo ZAC (Movicentro di Ivrea), dalle 10.00 alle 12.30 un incontro con la delegazione dal Congo del Programma Kubunina: CONGO - progettiamo un futuro diverso, presenti in Italia in occasione di Terra Madre a Torino. Gli ospiti sono gli stessi, invitati dal Liceo Martinetti di Caluso, che da tempo segue il Programma Kubunina con un gemellaggio di alcune classi. Tale incontro però è stato annullato a causa della protesta di alcuni insegnanti e genitori. E non cambia la sostanza il fatto che sia stato poi organizzato un incontro dedicato agli studenti in una struttura privata a Candia.
Perché alcuni insegnanti e genitori (pochi, per la verità, come sta trapelando in questi giorni) hanno chiesto che la delegazione congolese non fosse ricevuta? Per paura del contagio del virus Ebola.
A questi insegnanti e genitori sarebbe bastato un computer e mezz'oretta di tempo (anche meno) per raccogliere tutte le informazioni necessarie a tranquillizzarli, ma, a quanto pare, hanno preferito rimettersi al preside del liceo, affinché avallasse la loro richiesta attraverso la sua autorità. E il preside ha dovuto prendere una posizione. Ma invece di svolgere il proprio ruolo di educatore e responsabile dell'educazione di quel liceo, ha preferito soprassedere e annullare l'incontro. Per carità, ne ha spiegato l'infondatezza, citando dati e fonti, ma alla fine ha lasciato che la paura vincesse. Fosse finita lì, forse non ne staremmo ancora parlando. E invece, il preside che fa? Va oltre e tira in ballo il principio di tolleranza (in uno scritto riportato sul sito del liceo) per spiegare la sua decisione di accettare la richiesta di annullamento dell'incontro con i congolesi. Ora, molti di voi sapranno che tale principio, all'epoca dell'illuminismo di Voltaire, veniva applicato per "tollerare" chi credeva in Dio, giustificando con la tolleranza, appunto, il credere a qualcosa di assolutamente non spiegabile secondo la ragione, tanto cara ai filosofi illuministi. Come a dire: anche se credi in qualcosa di "assurdo", non ti discrimino, non ti perseguito, non tento di dissuaderti, ma lascio che tu ci creda, benché io non possa proprio crederci. Quella che oggi chiamiamo laicità dello Stato arriva da lì. Non vuole però dire: visto che ci credi, allora è vero per tutti e quindi mi faccio condizionare da ciò che credi tu.
Il preside ha scelto di farsi condizionare e di dare credito alla paura ingiustificata di pochi, a scapito di molti. E non si è limitato all'applicazione del principio di tolleranza verso gli intolleranti, è andato oltre, spiegandone le ragioni con un esempio alquanto bizzarro. Ha detto che sarebbe molto più complicato spiegare a sua figlia di tre anni che non è il sole a muoversi, bensì la terra, che non lasciarle credere il contrario, aspettando ci arrivi da sola. Minor impiego di energie, insomma. Certo paragonare il ragionamento di una bambina di tre anni a quello di genitori ed insegnanti adulti, non gli fa onore. Dovrebbero già sapere, gli adulti, che non è il sole a girare. E lui, da adulto, dovrebbe saper e poter spiegare e parlare ad adulti suoi pari. A volte si fa fatica a spiegare qualcosa, ma il fatto che non sia facile non significa che non lo si debba fare. Soprattutto se si ricopre un ruolo pubblico e si accettano le responsabilità di tale ruolo. Per poter essere preside si fa domanda, si fa un concorso, e si presume la si faccia se ci si sente pronti e preparati per quel ruolo. Ma in questo paese funziona tutto all'incontrario ed ecco allora che un preside declina le proprie responsabilità, rifiuta di insegnare e guidare, preferisce scaricare le rogne applicando principi filosofici, senza pensare alle conseguenze. Ha pensato il signor preside alle eventuali conseguenze di un precedente simile? Alla prossima lamentela, al prossimo mugugno, al prossimo "non lo vogliamo", anche se totalmente ingiustificato, che cosa risponderà? Avallerà di nuovo? Abdicherà la ragione e i dati a sostegno, in favore di qualche altra paura infondata?
Paura che poi, suvvia, parliamoci chiaro, altro non è che razzismo, in questo caso. Perché, mi chiedo io, se si fosse trattato di svedesi, gli stessi insegnanti e genitori avrebbero avuto lo stesso atteggiamento con un ipotetico gruppo in visita? Soprattutto se assicurati da ogni autorità competente che il pericolo non sussiste? Ed essendo i congolesi, neri africani, le rassicurazioni delle autorità competenti non riescono a tranquillizzare. Ma no, non è razzismo. Guai a dirlo. E' solo paura di poter contrarre una malattia mortale. E che diamine!
In Congo non ci sono casi nuovi di Ebola (e il Congo è grande otto volte l'Italia), ci sono solo sparuti casi residui di Ebola che risalgono agli anni 70-80 (pare siano meno di 10 in tutto il Paese). E comunque l'Ebola è infettiva solo quando conclamata e non in incubazione. Quindi signore e signori, non solo dev'essere nero, per spaventarci, deve almeno avere anche qualche linea di febbre!

 Articolo pubblicato su "Varieventuali" di mercoledì 29 ottobre 2014



Torna in alto