In cammino verso la città nuova

In cammino verso la città nuova

La scorsa estate rientrando da un breve viaggio a sud incontrai, nel tempo vuoto dell’attesa alla stazione di Salerno, un giovane e simpatico glaciologo. Parlando delle rispettive provenienze scoprii che conosceva bene la zona del Canavese dalla quale provengo, Ivrea e l’anfiteatro morenico e più su le alpi valdostane a noi prossime erano state oggetto dei suoi studi, in passato. Mi raccontò quindi che di rilevazioni sulle nostre montagne non se ne fanno più, i glaciologi che vogliano oggi scoprire qualcosa di nuovo sull’andamento climatico globale e sulle sue conseguenze si dirigono verso i ghiacci del nord Europa, verso l’Artico, che ancora può raccontare qualcosa. I ghiacciai del Monte Bianco no, non hanno più nulla da raccontare, sono infatti destinati a scomparire definitivamente nell’arco di qualche decennio. Non era una notizia facile da digerire: è un po’ come avere un moribondo in casa, sapere che il suo destino è segnato e che pertanto per qualcuno la sua storia perde di importanza, nonostante la sua attuale presenza. Eppure…
Eppure quella storia l’avevo già sentita da qualche parte, non era nuova, non del tutto. Avevo già letto che i ghiacciai alpini si stavano inesorabilmente sciogliendo a causa del riscaldamento globale, ma avevo messo prudentemente da parte quella notizia, in un angolo cieco della coscienza, quello in cui tendiamo ad ammassare tutto ciò che di spiacevole succede e di cui non ci sentiamo direttamente responsabili, oppure di fronte a cui ci sentiamo impotenti. Sono questioni che mettiamo in stand-by fino a quando, con un pugno nello stomaco, qualcuno di gentile e competente ci dice che no, ormai non c’è più nulla da fare. Come quando a bruciare non sono ettari di boschi distanti e quasi immaginari, liguri, campani, siciliani, ma sono i boschi delle nostre vallate, il cui fumo arriva ad impregnare per giorni la nebbia, i vestiti, i capelli.
Un’altra vicenda recentissima arriva sempre da sud, dalla Sicilia, terra lontana e meravigliosa in cui sembrano condensarsi tutte le bellezze e le storture italiche, tutte le luci e le ombre della nostra storia patria. Le elezioni regionali ci raccontano di una sconfitta clamorosa, che a conti fatti è l’unica notizia davvero degna di nota: più della metà degli aventi diritto non ha votato; significa che un cittadino attivo su due ha deciso di lasciare ad altri la scelta dei rappresentanti più alti in grado della regione. Non dimentichiamo che la Sicilia in quanto regione autonoma elegge attraverso le consultazioni regionali un vero e proprio parlamento e a maggior ragione questo passaggio elettorale può diventare il simbolo della profonda crisi in cui versa la democrazia italiana, svuotata di rappresentatività e di significato, incapace di far sentire i cittadini partecipi e coinvolti, in cui gli elettori sono privati (come ci dimostra anche l’ultima legge elettorale appena approvata in parlamento) della capacità di decidere nella selezione dei propri rappresentanti e quindi nelle scelte politiche.
I due episodi raccontati, che sembrano a prima vista così distanti, a ben guardare mettono in evidenza il circolo vizioso in cui cadiamo (tutti, nessuno escluso) di fronte a questioni grandi, complesse e di difficile soluzione: il latente senso di sfiducia nella possibilità di incidere con le nostre scelte diventa via via senso di impotenza e quindi distacco, intellettuale ed emotivo, senso di non-responsabilità. E dal sentirsi non responsabili di fronte ad un fatto all’assumere atteggiamenti irresponsabili quando non cinici il passo può essere brevissimo.
Come è possibile allora ridare fiato e fiducia al senso di responsabilità individuale? Esiste un modo per riportare la gente, la massa indistinta di elettori a sentirsi invece persone motivate e dunque cittadini coscienti inseriti in una dimensione comunitaria? È possibile ricreare una dimensione collettiva, in un’epoca in cui di collettivo pare esserci soltanto la rimozione costante dei problemi che pendono sulle nostre teste?
Noi crediamo, nel nostro piccolo, che si possa riprendere contatto dalle esperienze dirette, dal proprio territorio e dalla propria quotidianità. Va ricostruita faticosamente la fiducia delle persone nell’efficacia delle singole azioni e vanno restituite la dignità ed il ruolo attivo e concreto alle istituzioni più prossime, che devono agire al servizio della comunità e di nessun altro interesse. Bisogna dimostrare nei fatti che la democrazia partecipata non è una formula retorica, ma una ricchezza ed un’opportunità per le stesse istituzioni; bisogna mettere in atto piccole politiche concrete e perseguibili che a fronte di un grande problema percepito come astratto riescano a produrre piccoli cambiamenti, ma reali, tangibili, osservabili e misurabili. Bisogna percorrere quella strada che si scorge solo quando si alza la testa dall’ombelico dei bisogni essenziali (le pagnotte distribuite davanti ai seggi ostiensi che diventano ricatto collettivo e voto di scambio) e ci si incammina verso l’utopia, riconosciuta come punto di fuga, direzione necessaria e bussola interiore, ben sapendo che ciò che si può ottenere non è una rivoluzione immediata, ma un lungo cammino fatto di piccoli passi possibili.
È un lavoro che ha il ritmo del cammino e della semina, un passo lento e consapevole che i frutti, se arriveranno, non appartengono solo a noi, ma li stiamo consegnando ai cittadini di domani.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 7 novembre 2017

 

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