Ivrea, la bella?

Ivrea, la bella?

"Ivrea la bella che le rossi torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fósca intorno è l’ombra
di re Arduino ..."
scriveva il Carducci parlando della nostra città all’interno della sua poesia Salve Piemonte. Cosa scriverebbe oggi il poeta ripassando in quella stessa città dove scorre sempre la cerulea Dora e dove svettano ancora le rosse torri del Castello? Tremano i polsi al solo pensiero.
Se la sua visita partisse dal cuore della città, da piazza Ferruccio Nazionale, potrebbe ammirare il nuovo arredo urbano più adatto alla poesia sepolcrale di Ugo Foscolo e dei preromantici inglesi che non ad un’elegia alla bellezza urbana.
Eppure quando tempo fa sono state posate le prime 20 panchine/fioriere (si fa per dire), per la somma di 20.000 euro, già erano palesi: la loro estraneità dal contesto e la lapidea freddezza, anche se finta perché pare siano di calcestruzzo. Le critiche già allora avevano superato di gran lunga gli apprezzamenti, ma noncurante di tutto ciò la nostra Giunta ha deciso di posizionarne altre 10, per ulteriori 10.000 euro, che, dal punto di vista estetico, hanno peggiorato la situazione anche grazie alla posa di due invadenti totem pubblicitari triangolari dei quali proprio non si sentiva la mancanza in quello che dovrebbe essere il salotto cittadino.
Sappiamo essere troppo, da quell’orecchio proprio non ci sentono, chiedere che un intervento del genere venga condiviso con la cittadinanza magari tramite un concorso di idee, ma almeno fare uno sforzo di ascolto e parlarne in una commissione consiliare, in una consulta, in una riunione tra addetti del settore sarebbe stato un minimo segnale di attenzione nei confronti di quella cittadinanza attiva che ha a cuore i destini e la bellezza della città.
In quattro anni non abbiamo mai visto fare dei passi indietro a questo esecutivo e di questo prendiamo atto, ma voler trovare una giustificazione a qualunque decisione presa, anche quando palesemente e generalmente giudicata quanto meno inopportuna, ci pare un comportamento a dir poco miope. Leggere, per bocca dell'Assessore di riferimento, che le panchine sono state apprezzate perchè: "dal giorno in cui le abbiamo messe le abbiamo sempre viste utilizzate, piene di persone. La gente deve capire che la piazza non è un parcheggio personale, ma un luogo collettivo per la sosta e il dialogo" la dice lunga sul modo di affrontare i problemi in città.
Intanto le persone ci si siedono perchè l'alternativa sarebbe accovacciarsi sul pavè, che non è il massimo della comodità, ma ciò che più fa riflettere è che questo intervento sia stato effettuato per non consentire alle auto di parcheggiare. A parte che anche questo obiettivo non è stato raggiunto perchè le auto continuano a parcheggiare tra le panchine, ma siamo consapevoli che ci troviamo di fronte al Municipio dove c'è anche la sede dei Vigili Urbani e che in piazza esiste il divieto di sosta? Speriamo che per risolvere lo stesso problema del parcheggio selvaggio, da noi più volte segnalato, non si riempia di simili "arredi" anche l'austera, quanto spoglia, Piazza Ottinetti.
Ritornando al poeta c'è da sperare che non alzi gli occhi verso sud perchè, quasi da qualunque punto della città, girandosi da quella parte appare in tutta la sua impietosa invadenza il monolite del Poliambulatorio già famoso anche per l'assenza di parcheggi e che, notizia degli ultimi giorni, verrà ampliato, seppur inaugurato poco più di un anno fa, con una spesa di oltre 200.000 euro, ovviamente pubblici.
E se il poeta si spingesse fino ai suoi piedi si troverebbe in un'area, peraltro non ultimata nonostante gli impegni, scaduti, sottoscritti tra proprietà e Comune, che non è certo da portare come vanto dal punto di vista della lungimiranza urbanistica e valenza estetica. E dire che ai tempi del piano particolareggiato si arrivò a definirlo con enfasi "il nuovo quartiere olivettiano".
Nella cruda realtà, tra parcheggi selvaggi, asfalto, recinzioni metalliche, palizzate da cantiere, capannoni e l'assenza quasi totale di verde si distingue il nuovo Tribunale inaugurato a fine 2015 e già carente di spazi, in assenza di un'aula capace di contenere un centinaio di persone e di una guardiania per la sicurezza tanto che ne è stata realizzata una scavalcando le normative del PRG.
Certamente il poeta vorrebbe ritornare a rimirare da vicino le rossi torri che hanno ispirato i suoi versi, ma arrivando in prossimità del maniero la sua visita sarebbe interrotta anche qui da palizzate da cantiere che comunque gli risparmierebbero la vista di un edificio storico abbandonato a sè stesso da decenni nonostante i continui proclami che ripartono ad ogni campagna elettorale.
Ci fermiamo qui perchè ci sono già tutti gli elementi per far sì che il poeta si sia già pentito del suo ritorno ad Ivrea città che pare oggi vivere un declino inarrestabile e nella quale nemmeno la bellezza, tanto cara al compianto Adriano Olivetti, pare più interessare a nessuno.
E' proprio con uno dei profetici passaggi dell'Ingegnere, che sembra scritto oggi pur essendo del 1954, che chiudiamo l'editoriale di questa settimana: “Il nostro urbanista sa che i nuovi quartieri non vivranno se in essi non sarà disegnato un cuore; e questo non potrà rimanere un reticolo senz’anima, ma è destinato a illuminarsi di nuova luce quando sapremo farlo pulsare un giorno come cellula libera, lieta e operosa nella nuova città. Il disordine edilizio non è che un riflesso del disordine economico, della mancanza di ideali sociali.
Ecco perché la città si espande in modo disorganico per fini unicamente egoistici, materialistici, speculativi, senza un vero piano derivante da una visione generale della vita”.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 2 maggio 2017

 

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