L'alternativa possibile

L'alternativa possibile

Nel fine settimana del 7-8-9 ottobre si è svolta un'interessante iniziativa dal titolo: “Pausa pranzo. Conversazioni sull'economia civile” organizzata dall’associazione Quinto ampliamento. Una compagine di nuova formazione che vorrebbe portare all’interno del mondo imprenditoriale il tema della responsabilità sociale dell’impresa e che così si definisce sul proprio sito internet: "Il Quinto Ampliamento è un movimento di pensiero che intende promuovere un rinnovato modello di impresa, il quale ponga al centro della propria azione la crescita della persona e uno sviluppo sostenibile ed equilibrato. La crisi economica attuale rivela in modo sempre più chiaro, anche a livello internazionale, il suo carattere sistemico: i semi non germogliano su terreni trascurati, le imprese non fioriscono su territori impoveriti da diseguaglianze, divisioni, disincanto".
Da dove avrebbe potuto partire una iniziativa del genere se non da Ivrea e proprio da quelle Officine H diventate simbolicamente nel tempo il cuore, non soltanto materiale, del pensiero e dell’opera di Adriano Olivetti?
Un grande merito va riconosciuto ai fondatori di questa associazione soprattutto per il tentativo, in tempi difficili e complicati, di riportare alla luce ideali e valori che potrebbero fungere da antidoto all’incessante processo di impoverimento intellettuale, morale e materiale di una società sempre più basata sull’egoismo e sull’isolamento delle persone. Il fine dichiarato è quello di perseguire "l’affermazione di un modello di impresa che ponga il bene comune e la persona al centro delle sue dinamiche, che superi l'aridità dei modelli economici dominanti per riassaporare il gusto della grandi sfide".
Tra i fondatori di Quinto Ampliamento troviamo anche il prof. Stefano Zamagni che è stato il mattatore della tre giorni eporediese. Il suo intervento è stato infatti una lezione magistrale, comprensibile a tutti, sulla rinascita dell’economia civile che poggia su un paradigma alternativo ai due che hanno monopolizzato la scena nel corso del novecento e cioè quello capitalista e quello marxista (quest’ultimo almeno fino alla caduta del Muro di Berlino).
Con orgoglio Zamagni ha spiegato che l’economia in generale, ma quella civile in particolare, sono nate in Italia nel 1753 con la prima cattedra al mondo di economia presso l’Università di Napoli con Antonio Genovesi. Solo 13 anni dopo, nel 1770, con l’opera di Adam Smith si fa però solitamente nascere la disciplina dell’economia nel mondo accademico. Smith fu il teorico di quell’"economia politica" che nei tempi a seguire prese il sopravvento su quella civile con quest’ultima che venne relegata ai margini. Oggi però con la crisi conclamata del capitalismo, soprattutto nella sua versione liberista, qualche economista e qualche imprenditore illuminato stanno rispolverando i concetti sui quali l’economia civile si basa, in molti aspetti ponendosi in maniera diametralmente opposta a quella politica. E’ inclusiva invece che esclusiva (l’economia civile non lascia indietro nessuno neanche le categorie più svantaggiate), si incentra sulla fiducia tra gli uomini e non sulla diffidenza, si basa su un ordine sociale triadico: stato-mercato-società civile mentre l’economia politica, come quella marxista, contempla solo stato e mercato.
L’elemento di maggior spicco rimane però il ruolo dell’imprenditore o per lo meno le finalità sociali che l’impresa si pone: ricerca del massimo profitto nell’economia politica, ruolo di agente trasformatore della realtà circostante nell’economia civile.
Abbiamo già detto che nessun altro luogo sarebbe stato più adatto per lanciare questo messaggio innovativo che riprende molti dei concetti sui quali Olivetti organizzò la sua fabbrica ed elaborò il suo pensiero che ci pare strettamente correlato con l'economia civile che però nella sua epoca di fatto non esisteva, per lo meno in modo formale. E' risaputo di come il capitalismo e la massimizzazione del profitto fossero per Olivetti dei paradigmi socio-economici da superare, ma non ebbe il tempo per poterlo fare, lasciandoci comunque un'imponente eredità materiale e intellettuale che non è mai stata sufficientemente considerata e che servirebbe oggi come il pane, alla nostra città e al territorio circostante, per porre le basi di una rinascita che si fatica ad intravedere invischiata in un dibattito politico sterile e inconcludente imperniato su partiti che hanno perso tutte le finalità per le quali nacquero nei primi decenni del secolo scorso.

Economia civile e pensiero olivettiano sono l'humus intellettuale e morale nel quale siamo cresciuti e sarebbe un peccato mortale abbandonarli ad un ruolo di second'ordine. Potrebbero piuttosto diventare le basi per un Patto sociale trasversale e concreto, basato sui contenuti e non sulle parole, in grado di sostituirsi al teatrino della politica che oggi i partiti ci offrono. Oggi tocca a noi, non ci possiamo tirare indietro se vogliamo dare un futuro a questo territorio e alle nuove generazioni.
Pensiamo sia necessario modificare radicalmente, partendo almeno dal livello locale, il rapporto amministratore/amministrato, imprenditore/lavoratore, politica/cittadino, dirigente/operaio passando da una concezione della politica fondata sull’incomunicabilità tra le diverse categorie sociali ad una basata su relazioni umane che sappiano andare oltre le distinzioni di classe, censo, titolo di studio, appartenenza politica. Uno scambio fecondo di idee e di saperi capace di arricchire entrambe le parti alimentandosi proprio dalla diversità di vedute e di esperienze. Con il gruppo di Viviamo Ivrea ci stiamo lavorando e speriamo altri naviganti si aggiungeranno in questo affascinante quanto complesso viaggio verso il futuro.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 9 ottobre 2017

 

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