La città delle occasioni perdute

La città delle occasioni perdute

Una delle nostre maggiori angosce è quella di uno sviluppo urbanistico della città, e dei suoi dintorni, disordinato e incapace di rispondere alle domande di modernità che la società del terzo millennio pone ai propri amministratori. Diciamo da tempo che il territorio dovrebbe essere vissuto come il bene comune per eccellenza senza il quale tutto il resto non può esistere. Serve quindi rimettere al centro del dibattito politico la sua salvaguardia basandosi su una pianificazione ragionata, sostenibile, condivisa e gradevole finalizzata a costruire la città di domani. Non una città qualunque, ma una città nella quale i nostri figli potranno vivere senza veder nascere mostri edilizi come il nuovo poliambulatorio, veder cementificare ogni metro quadrato di terreno prospiciente le vie di comunicazione principali, come accade in tante aree periferiche, o veder moltiplicare la superficie di asfalto per costruire nuova quanto inutile viabilità.
L'articolo di oggi sulla pianificazione urbanistica prende spunto dall'ennesima trovata nata in città. Parliamo della rotonda "giocattolo" che è stata fatta in corrispondenza dell'ennesimo supermercato sulla statale per Viverone . Non serve un esperto di ingegneria stradale per capire che quell'opera è sottodimensionata e, così come è stata realizzata, non potrà che causare problemi alla circolazione causati dall'innesto sulla viabilità principale dalla nuova area commerciale con distributore annesso.
Questo ennesimo intervento sconclusionato mette in evidenza di come il vigente piano regolatore sia oramai inadeguato alle esigenze di una città che sta morendo e che di tutto ha bisogno meno che di nuovi insediamenti irrimediabilmente destinati a rimanere vuoti o a sopravvivere facendo chiudere e quindi svuotare altre realtà già esistenti.
E' mai possibile che nella città dell'utopia concreta non si riesca almeno per una volta ad emanciparci dalla malapolitica e dal malaffare che ormai caratterizzano la penisola? Riguardo Corso Vercelli: non sta scritto da nessuna parte che le poche aree rimaste libere sul fronte strada debbano necessariamente essere cementificate dando vita ad uno slabbramento della città verso l'esterno che non ha soluzione di continuità fino al paese vicino dove ricomincia una triste litania di capannoni e smisurati piazzali. Nessuno pensa che quelle sono le vie tramite le quali le persone che arrivano dall'esterno entrano in contatto con la città e che di certo non si sentiranno invogliati a trascorrere qualche giorno da noi? A parte l'inesistenza di politiche culturali e turistiche degne di tale nome il primo impatto visivo è quello che in genere rimane nel viaggiatore che da quelle parti transita, per forza di cose, e non necessariamente fa due passi nel cento storico.
Grazie ad una battaglia descritta anche sulle righe di questo giornale pare si sia fermato l'ennesimo scempio riguardo l'area verde del Pec di via dei Chiodi ed ecco che balzano agli occhi altre brutture, altre costruzioni mal pensate. Del poliambulatorio abbiamo già detto qualche settimana fa, ma non possiamo che rimarcare la ferita che tale mostro di cemento ha causato allo skyline della città. Chi si occupa di pianificazione e di paesaggio sa che ci sono punti di vista obbligati che andrebbero valutati con attenzione prima di permettere la costruzione di certi edifici. Uno di questi è quello che si ha scendendo dal terzo ponte verso l'area ex Montefibre. Quando si passava da lì, pur in un panorama già deturpato da una serie di edifici che non stiamo qui a commentare, si poteva consolare la vista ammirando il sinuoso profilo di quella che romanticamente chiamiamo la "bella dormiente" ed ora questa vista non c'è più sfigurata, sfregiata da un'orrenda scatola di cemento armato. Sia chiaro che nessuno discute dell'utilità di un nuovo poliambulatorio funzionale e moderno, ma non c'è la necessità di abbinare funzionalità e bruttezza; si possono edificare edifici funzionali, ma nel contempo esteticamente gradevoli e ben inseriti nel contesto. Qualcuno ha avuto il coraggio di dire che è stato fatto alto così per non consumare suolo. Crediamo che tutti i cittadini eporediesi abbiano più o meno sotto gli occhi l'area ex Montefibre. Un'area disordinata e caotica con tipologie edilizie di ogni foggia, piazzali, recinzioni, strade che intersecano altre strade, rotatorie che paiono buttate lì da una mano invisibile. Se in questa situazione il poliambulatorio si fosse costruito di quattro piani, come peraltro prevedeva il piano regolatore, raddoppiandone la superficie coperta, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Il problema di quest'area è che è nata male e la politica cittadina degli ultimi decenni invece di fermarsi a ragionare su possibili sviluppi futuri più accettabili e sostenibili, magari aprendo un bel dibattito pubblico sul tema, ha perseverato, e persevera, nel difendere l'indifendibile. Ci sono esperienze illuminanti in Europa di aree degradate recuperate e diventate famose. Perché non prendere esempio? In Germania è stata costruito un intero quartiere auto-sostenibile energeticamente all'interno del quale non circolano le automobili. Sono stato rivalutate le produzioni autoctone e i negozi di prossimità che si possono facilmente raggiungere in bicicletta, a piedi o con comodi minibus elettrici alimentati da energia solare prodotta da impianti comunitari.
Con un mix di piccoli impianti solari, eolici, geotermici viene garantita la sufficienza energetica di tutto il quartiere e tutto con fonti rinnovabili.
In alcuni paesi del Nord Europa interi ex quartieri industriali sono stati "rigenerati" e rimessi a nuovo con tecnologie costruttive a basso o nullo impatto ambientale per dare spazi e possibilità di inserimento lavorativo a giovani artisti che arrivano da tutto il mondo. Musica, arti figurative, moda, web-art, e molto altro hanno fatto confluire in questi luoghi ragazze e ragazzi che poi mettono su famiglia ed hanno fatto ripartire una micro-economia pulita, equa, legale e sostenibile capace di far letteralmente rinascere grigi quartieri ormai disabitati.
Di esempi ce ne sono tanti e tanti se ne potrebbero aggiungere. Quanto sopra descritto è l'idea di urbanistica di cui ci piacerebbe discutere per la nostra città invece di continuare ad assistere alle solite spartizioni di interessi e di terreni edificabili figlie di una politica giunta al capolinea. Bisogna solo decretarne la fine e prima ciò accadrà più la comunità in cui viviamo ne trarrà giovamento.

 Articolo pubblicato su "La Voce" di lunedì 12 maggio 2014

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