La civiltà del sospetto

La civiltà del sospetto

In molti credevamo che il nuovo millennio avrebbe saputo portare a compimento il processo di civilizzazione dell'uomo suggellando la portata universale delle tre parole chiave della modernità: libertà, uguaglianza, fraternità. Passato il secondo conflitto mondiale sembrava che la comunità internazionale avesse imparato la lezione ed allora abbiamo vissuto per due decenni (60-70) la lotta, la speranza, l'impegno per un mondo nuovo, solidale e pacifico. Poi qualcosa si è inceppato nel meccanismo e, invece che sui valori dell'uomo, le nostre vite hanno cominciato a basarsi sui valori delle merci, del denaro e abbiamo visto trascorrere altri due decenni (80-90) di declino economico, ma soprattutto etico, culturale e morale.
Con l'arrivo del nuovo secolo e, di conseguenza, del nuovo millennio i detentori del potere, la classe dirigente, le élite politiche ed economiche avevano ben chiara la strada verso la quale dirigersi alla luce della sconfitta del comunismo da una parte, ma anche del consumismo e del liberismo dall'altra.
Invece di ripartire dall'uomo, dai suoi bisogni e dalle sue esigenze hanno però girato la barra verso l'egoismo, l'interesse personale, l'individualismo, ponendo le basi di quella che in questo editoriale definisco la civiltà del sospetto.
Invece che su un mondo basato sulla fiducia e sulla solidarietà tra gli uomini si è costruito un mondo incentrato sulla guerra permanente tra culture, stati, regioni, religioni, ma anche, seppur meno visibile e più strisciante, tra gli uomini. Giusto l'opposto di quei concetti sopra citati di libertà, uguaglianza, fraternità.
Alcuni eventi recenti, globali come locali, fanno molto riflettere sui destini del mondo, delle nostre vite e di quelle delle future generazioni.
Anche da noi, nel nostro piccolo, non ci siamo fatti mancare un episodio a dir poco sconcertante e cioè la decisione del preside di un liceo di Caluso di annullare una visita, programmata da tempo nella sua scuola, di alcuni congolesi giunti in Italia in occasione di Terra Madre, ma anche in qualità di rappresentanti di alcuni progetti di sviluppo e di scambio interculturale tra l'Italia e la Repubblica Democratica del Congo. Ho usato il termine sconcertante non a caso, ma perché la motivazione è sconcertante, soprattutto se espressa da una persona che occupa un ruolo pubblico di rilievo.
La decisione pare sia stata presa perché alcuni insegnanti e alcuni genitori (una netta minoranza) hanno chiesto di annullare l'incontro per paura di un possibile contagio da Ebola. Che qualche genitore poco informato possa farsi prendere dalla psicosi del contagio, anche se si tratta di fantascienza bella e buona, ci può anche stare, ma che dietro tali fesserie ci siano degli insegnanti e un dirigente scolastico, che in qualche modo le legittima, questo ci deve far riflettere se non altro perché la scuola è il luogo dove ai nostri figli si spera venga insegnato a ragionare razionalmente con la propria testa senza andare dietro alle chiacchiere da bar o ai sentito dire.
Giusto per sgomberare il campo da equivoci basterebbe andare sui siti istituzionali mondiali che trattano la questione per vedere che la Repubblica Democratica del Congo non è nella lista dei paesi a rischio tra i quali invece risultano gli Usa e la Spagna. Lo stesso trattamento sarebbe stato utilizzato con degli americani o degli spagnoli?
Serve anche dire che il Congo è un paese grande come otto volte l'Italia, con circa 70 milioni di abitanti, ricchissimo di risorse naturali e minerarie tenuto sotto scacco dalle multinazionali di turno che si combattono, senza farsi troppi scrupoli, per accaparrarsele.
I congolesi arrivati in Piemonte sono stati circa un mese a Kinshasa, capitale da 12 milioni di abitanti, città nella quale non c'è stato un solo caso di contagio da Ebola.
Cercando di ricondurre, senza inutili polemiche, questo caso sui binari della ragionevolezza invitiamo, come associazione Viviamo Ivrea, il preside, gli insegnanti e gli studenti della scuola in oggetto, come tutti i cittadini interessati, a partecipare ad un incontro con i quattro amici africani che si terrà sabato 1 novembre a partire dalle 10 allo ZAC (movicentro) di Ivrea. Chissà che ascoltando le loro storie di vita vissuta ed i problemi che vivono quotidianamente, per lo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali da parte degli opulenti paesi occidentali, non si possa arrivare ad un ripensamento sull'accaduto in modo da poter dare ai giovani studenti un esempio positivo di capacità di analisi, di integrazione, di voglia di conoscere culture e tradizioni diverse dalle nostre.
In chiusura ricordo solo che nel mondo (fonte Unicef) nel 2012 sono morti 6,6 milioni di bambini che non avevano ancora compiuto i cinque anni. 18.000 al giorno! Gran parte di questi sono morti per malnutrizione o per malattie facilmente curabili come la diarrea o la malaria. Questo non vuol dire che il virus dell'Ebola non vada temuto o sottovalutato, ma va evidenziato che la comunità scientifica mondiale è mobilitata sul caso ed i morti finora accertati sono meno di 4000. Numeri alti, ma se rapportati a quelli citati prima, che riguardano solo i bambini sotto i cinque anni, assumono tutt'altro significato. Chissà che leggendo questi numeri non sentiremo la necessità di interpretare diversamente, con raziocinio, una psicosi ingiustificata e diseducativa cercando magari di apportare, nel nostro piccolo, un contributo per uscire dalla civiltà del sospetto.

 Articolo pubblicato su "La Voce" di lunedì 27 ottobre 2014



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