La dolce utopia

La dolce utopia

Fasti e miserie delle architetture olivettiane e della politica cittadina

C'è una storia che racconta di un imprenditore che si inventò una fabbrica che a un certo punto comincia a produrre macchine da scrivere, strane attrezzature da ufficio fino ad allora praticamente sconosciute. Questo imprenditore ha un figlio che diventa ingegnere e che, dopo aver fatto esperienza nella fabbrica concepita dal padre, diventa uno dei più grandi imprenditori del novecento trasformando, nel corso degli anni, l'azienda paterna in un impero industriale con sedi sparse in tutto il mondo. Questo ingegnere, che di nome fa Adriano, ama la propria città e il territorio circostante e, in segno di riconoscenza per il successo che la sua azienda sta vivendo, decide di realizzare, qui e non in qualche grande città del nord, con l'aiuto dei migliori architetti dell'epoca, una serie di edifici che entreranno nella storia mondiale dell'architettura industriale tanto che, proprio in questi nostri tempi, si sta avanzando la candidatura di Ivrea come sito Unesco per la sua peculiarità nell'essere un modello di "Città industriale del XX secolo". Adriano è appassionato di urbanistica e, tramite questa, egli tenta di ricomporre la relazione tra gli individui e la comunità nella quale vivono, tra privato e pubblico; di avvicinare e di connettere la vita quotidiana all'attività lavorativa e allo sviluppo culturale della sua gente. Nasce così quella che, ancora oggi, viene ricordata come l'architettura olivettiana, una corrente di pensiero nuova, moderna e orientata al futuro che assume una chiara identità tanto che, verso la fine degli anni '60 quando Adriano Olivetti già non c'è più, viene concepita, per mano degli architetti Cappai e Mainardis, l'Unità residenziale Est, meglio conosciuta come Centro Culturale La Serra. Un edificio d'avanguardia il cui espressionismo tecnologico, la creatività compositiva e l'enfatizzazione strutturale e tecnologica lo fanno paragonare al Beaubourg parigino.
Scrive in proposito Paolo Volponi sulla rivista L'Architettura nel 1976: "non è un edificio [...] ma un sistema urbano: un rione, un quadrivio, un alveare, un portico medievale che raccoglie tutti i suoni e percorsi dei giri del borgo-chiocciola, abitativi, mercantili, amministrativi, ricreativi. Non ha quindi una faccia secondo i canoni dell'architettura, ma ha degli scorci (proprio come sintesi tra più luoghi e più incontri); tutt'al più delle vedute e delle predisposizioni, al paesaggio, al corpo della città".
C'è poi un'altra storia che presumibilmente inizia il giorno della morte di Adriano ed è una storia di scelte industriali sbagliate, di profittatori e di manager di dubbia capacità e professionalità, di passaggi della gestione aziendale dal piano industriale a quello finanziario ed è la rovina. Comincia una lenta agonia che porterà alla sostanziale scomparsa di quell'impero che aveva portato ad Ivrea e nel Canavese benessere e tranquillità economica praticamente a tutti. A un certo punto, con l'azienda ormai prosciugata, si comincia a s-vendere il patrimonio immobiliare buona parte del quale è stato nel frattempo inglobato nel MAAM: il Museo dell'Architettura Moderna di Ivrea. Uno degli edifici trainanti di questo patrimonio architettonico e culturale è proprio La Serra che viene disarticolata e rivenduta come uno spezzatino senza uno straccio di piano organico di dismissione in grado di salvaguardarne l'identità come si fa comunemente per le opere che possiedono una forte valenza artistica, storica, architettonica. Un cospicuo numero di privati acquista le micro unità abitative, la piscina, il ristorante, le unità commerciali mentre al Comune viene regalata la Sala Cupola. Rimangono sul mercato il grande atrio di ingresso, e la sala conferenze-cinema-auditorium. Una serie di cittadini e di operatori culturali preoccupati del rischio di abbandono di una struttura così importante per la città danno vita ad una società dal nome Effetto Serra che si prefigge di portare avanti un percorso di riqualificazione dell'immobile creando un polo culturale e di aggregazione.
C'è quindi la storia che ci porta fino ai giorni nostri. La società summenzionata piace poco al gruppo di potere che tira le fila delle politiche pubbliche in città e poco o nulla viene fatto per dare gambe ad un progetto di avvicinamento pubblico-privato così come lo aveva concepito Adriano Olivetti, un progetto sociale e culturale di ampio respiro in grado di riqualificare una struttura della quale la città avrebbe bisogno non possedendo altri spazi chiusi così capienti e polifunzionali. L'iniziativa parte bene, vengono aperti all'interno del grande atrio una libreria, un bar, un cinema e vengono organizzati interessanti eventi tra i quali ricordiamo il Festival di Antropologia, Hispanica, e vengono ospitati appuntamenti di rilievo come l'Eurojazz, ma poi i riflettori pian piano si abbassano e il progetto esaurisce la sua spinta propulsiva senza trovare, all'interno della comunità eporediese, nuova linfa soprattutto nel mondo giovanile. Certo la nuova società avrà pure fatto i suoi errori, ma questo non giustifica il distacco e le continue frizioni tra gruppi di interesse che non riescono ad uscire da una visione gretta ed esclusiva della vita comunitaria, ognuno rinchiuso nel proprio orticello. Inesorabile arriva la crisi societaria. Lotte intestine pilotate dall'esterno fanno sì che non si arrivi ad una soluzione condivisa e la società entra in una procedura di liquidazione che pare non interessare a nessuno.
La nostra storia non è ancora finita e siamo all'attualità. Proviamo ad essere concreti e diamo dei numeri. L'immobile è oggi stimato intorno ai 500.000 euro, cifra non certo sconvolgente se si considera il valore storico e simbolico che questa opera rappresenta per la nostra città. Servono lavori di ammodernamento e adeguamento, dovuti soprattutto al passaggio da unica entità immobiliare a condominio, che consistono in una spesa mediamente individuata in circa 1 milione di euro. Tanto per fare qualche paragone teniamo conto che il Museo civico è costato circa 5 milioni di euro, la passerella sulla Dora circa 3 milioni e la sola proposta di candidatura quale sito Unesco della città costerà qualcosa come 500.000 euro di consulenze.
Veniamo alla proposta di Viviamo Ivrea supportata anche da un cospicuo numero di eporediesi che vorrebbero vedere la città ritornare ai fasti di un tempo. Se non proprio l'ombelico del mondo certamente un luogo dove la "dolce utopia" (definizione dell'architetto B.Huet) è possibile e l'edificio de La Serra è lì a dimostrarlo.
La proposta che da tempo facciamo all'Amministrazione Comunale è quella di acquistare l'immobile e di riqualificarlo limitandosi agli interventi strettamente necessari a renderlo agibile. Si parla quindi di una spesa che si aggirerebbe su 1,5 milioni di euro. Come reperire i fondi? Tutti sanno che grazie ad un cospicuo lascito della signora Lucia Guelpa oggi nelle casse della Fondazione omonima stazionano circa 10 milioni di euro, come tutti sanno che questi fondi sono da destinarsi, per volontà delle donante, alla promozione ed allo sviluppo della cultura, anche tramite interventi infrastrutturali. Il governo cittadino non prende una posizione netta e in un primo tempo ha sostenuto la disponibilità a compiere l'operazione in funzione di un finanziamento regionale, del quale non si è più saputo nulla, ed in seconda battuta, da qualche mese, vincola la propria decisione in base all'ottenimento di un altro finanziamento questa volta ministeriale. Detto che saremmo ben contenti che parte delle risorse arrivassero da contributi esterni ciò che non riusciamo a capire è perché non sia possibile finanziare tale progetto, ovviamente in maniera oculata e parsimoniosa, con i fondi in piena e immediata disponibilità della Fondazione Guelpa. Al netto di questo investimento rimarrebbero ancora nelle casse della Fondazione almeno 8,5 milioni di euro più che sufficienti, anzi decisamente sovrabbondanti, per mettere in cantiere, nei prossimi anni, l'altra grande emergenza culturale della riqualificazione della Biblioteca civica.
Coerenti con la nostra linea politica propositiva ci rendiamo disponibili, come già più volte ribadito, ad aprire un percorso di progettazione partecipata che possa far riemergere quella voglia di protagonismo di quella parte di cittadinanza attiva che vorrebbe fare qualcosa per la propria città. Un processo che sappia far riemergere quell'orgoglio locale e quella visione comunitaria che è forse il più grande lascito del pensiero di Adriano Olivetti. In Italia e nel mondo ci sono una moltitudine di esempi di progetti di rigenerazione urbana che hanno fatto rinascere quartieri e intere città puntando sulla creatività, sull'innovazione, sulla formazione non convenzionale, su una rinnovata socialità, sulla tecnologia digitale, sul futuro, sulle nuove generazioni. Di soluzioni per rendere viva e fruibile La Serra ce ne sono quante se ne vogliono serve però fare delle scelte precise, programmatiche, strategiche. Servono decisioni politiche.
Auspicando che si eviti di cadere in una strumentale evocazione dei fantasmi di una non realistica dilapidazione del lascito Guelpa chiediamo all'Amministrazione, che può anche vederla diversamente, una volta tanto di decidere, se non altro per non creare aspettative inutili visto che in autunno la procedura di concordato preventivo arriverà al suo termine. Con i ricavi della vendita dell'immobile si coprirebbero tutti i creditori nei confronti di Effetto Serra e si eviterebbe un fallimento che non sarebbe solo "economico" ma anche "politico" perché se quella struttura cadrà nell'abbandono ci rimetteremmo tutti perdendo per strada l'ennesimo pezzo del nostro glorioso passato mettendo in evidenza, se mai ce ne fosse bisogno, l'incapacità della politica locale di portare avanti quel grande progetto comunitario fondato su un'utopia concreta che il nostro illustre concittadino ci ha lasciato in eredità.

 Articolo pubblicato su "Varieventuali" di mercoledì 16 luglio 2014

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