Muro contro muro

Muro contro muro

La politica dovrebbe essere, secondo il nostro modo di viverla e di interpretarla, un esercizio democratico finalizzato a ricercare il benessere della collettività. Ovviamente dietro questa sintetica semplificazione ci sono tutta una serie di elementi di primaria importanza: dall’ambiente al lavoro, dal sociale all’urbanistica, tanto per citarne alcuni, tutti necessari per il raggiungimento dello scopo sopra riportato. Va ricordato che la politica nasce per superare i metodi coercitivi, basati su meri rapporti di forza, che hanno accompagnato l’umanità per una lunga parte del suo cammino fino ad arrivare all’elaborazione di un insieme di regole condivise in grado di superare le visioni assolutiste e oppressive sulle quali era basata la vita delle persone. La differenza la fa la “condivisione” e cioè si comincia a ragionare in termini collettivi facendo emergere le scelte da dibattiti in grado di coinvolgere l’opinione pubblica.
Ciò che dovrebbe differenziare i gruppi o i partiti politici gli uni dagli altri sono gli obiettivi a cui si vuole tendere e gli strumenti con i quali poterli raggiungere. I fini perseguiti e i mezzi utilizzati, se vogliamo dirlo in altro modo, visti nel loro insieme in fondo non sono null’altro che l’elemento base del buon governo e cioè le politiche pubbliche.
Sulla capacità di proporle e sulla bravura e coerenza nell’attuarle dovrebbe, a nostro modo di vedere, basarsi la competizione politica che però non dovrebbe limitarsi, in una democrazia compiuta ed evoluta, a far esprimere i cittadini solo saltuariamente in occasione del voto, ma rendendoli sempre protagonisti delle decisioni prese in nome della collettività.
Accade invece oggi che posata la scheda nell’urna e conosciuti i risultati elettorali i cittadini, in nome di una presunta rappresentatività vista come una delega in bianco, tendano a distaccarsi dal dibattito politico separando la sfera pubblica da quella privata. E’ anche vero che i rappresentanti eletti spesso non fanno nulla per invertire questo modus operandi.
Questo pericolo non è solo figlio del nostro tempo tanto che già ad inizio ‘800 Benjamin Constant, uno dei precursori del liberalismo, esortava i cittadini a una “vigilanza attiva e costante” verso i loro rappresentanti sostenendo che: ”Il rischio della moderna libertà è che, assorbiti dal godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico”.
Sono passati 200 anni da allora, ma certi temi paiono ancora irrisolti tanto che la democrazia rappresentativa alla quale siamo abituati da tempo sta segnando il passo lasciando spazio a pericolose derive populiste e nazionaliste.
Ma cosa accade nel piccolo della nostra realtà locale? Purtroppo la situazione non appare troppo diversa dal teatrino offerto da ciò che rimane dei partiti politici nazionali e, incredibilmente, anche in una piccola città come Ivrea le decisioni inerenti l’interesse pubblico, che non dovrebbero avere colore politico, non vengono prese nelle sedi istituzionali, ma nelle sedi del partito unico o per meglio dire dalla corrente maggioritaria nel momento della decisione. Nessun dibattito, nessun confronto con chi è stato legittimamente eletto a rappresentare una parte di elettorato e poi ci si stupisce se prendono corpo decisioni assurde come quella del funereo arredo urbano di Piazza Ferruccio Nazionale.
La presente disquisizione sull’assenza di politiche partecipative capaci di coinvolgere maggiormente i cittadini nei processi decisionali, già da noi evidenziata altre volte, nasce da alcuni passaggi dell’ultimo Consiglio Comunale nel quale la strategia del muro contro muro si è per l’ennesima volta palesata. L’atteggiamento da: “siamo la maggioranza e non abbiamo bisogno di voi” la dice lunga sulla poca o nulla capacità e volontà dell’attuale amministrazione di aprirsi ad un dibattito franco e propositivo nell’interesse della città ritenendo superflua la discussione su decisioni già prese in precedenza svuotando in tal modo di senso il passaggio assembleare che diventa una mera passerella istituzionale.
Può addirittura accadere che domande supportate da dati inconfutabili portate all’attenzione dell’aula non ottengano risposta ed evaporino misteriosamente nei profluvi di parole che si susseguono negli interventi dei consiglieri, sindaco, assessori.
Ne citiamo due piuttosto significative.
La prima riguarda una mozione sul tema della sicurezza negli ambienti di lavoro. Alla domanda se gli uffici di via Piave 2, dove quotidianamente lavorano decine di dipendenti e transitano centinaia di cittadini, siano a norma, è calato un imbarazzante quanto inaccettabile silenzio e nei giorni successivi nulla è accaduto. E poi si dice che il pubblico dovrebbe dare il buon esempio …
La seconda consiste in una voce di entrata presente nel rendiconto del bilancio 2016 riguardante il canone che Ivrea parcheggi dovrebbe versare al Comune annualmente che è pari a 328.500 euro. Dal documento abbiamo appreso che non solo tale canone non è stato versato nel 2016, ma avanzano ancora 291.000 euro dagli esercizi precedenti per una somma di 614.500 euro. La domanda sul perché di tale situazione ha ottenuto la stessa risposta della precedente e cioè il silenzio. Magari per qualcuno non si tratta di grosse cifre ma con 614.500 euro qualche buca per le strade o qualche manutenzione in più nelle scuole si sarebbero potute fare se solo quei soldi fossero stati versati come da impegni formalmente presi.
Il bello, si fa per dire, della vicenda è che Ivrea parcheggi è per l’85% di proprietà del Comune, ragione più che sufficiente per chiedersi quale sia la necessità di tenere in piedi un costoso ente che oltre a non pagare quanto dovuto svolge funzioni che potrebbero tranquillamente assolvere i dipendenti comunali.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 23 maggio 2017

 

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