Nostalgie reazionarie

Nostalgie reazionarie

La scorsa settimana abbiamo trattato alcuni passaggi dell’ultimo Consiglio Comunale che danno il segno di come questa assemblea elettiva, che dovrebbe essere il cuore dell’attività politica cittadina, sia ormai svilita ad un semplice ruolo di passiva testimonianza.
Tutto viene deciso da Sindaco e Giunta, spesso suggerito dal partito di riferimento, ma di coinvolgimento dei consiglieri eletti dai cittadini, almeno sulle questioni di maggior rilevanza, non si vede traccia.
A chi segue le vicende della politica degli ultimi decenni non sarà sfuggito un certo disegno accentratore che evoca un passato dal quale credevamo, con la nascita della Repubblica Democratica, essere definitivamente usciti. Inquietante analogia tra i due periodi storici è la capacità di condizionamento del potere da parte di una oligarchia economica in grado di mettere mano, con modalità più o meno lecite, anche agli strumenti istituzionali di amministrazione dello Stato e degli Enti Locali.
Tornando all’ultimo Consiglio Comunale troviamo, a questo proposito, due passaggi che vanno proprio verso lo spostamento dei centri decisionali dalle assemblee elettive locali a ristretti gruppi di potere che agiscono nell’ombra e in una terra di nessuno.
Verso l’una di notte siamo arrivati al penultimo punto all’ordine del giorno che riguardava l’approvazione del Piano Strategico della nostra Area Omogenea il quale si dovrebbe inserire nel più ampio Piano della Città Metropolitana. Da tempo chiediamo che, almeno sui temi di ampio respiro e portata come questo, venga messo in atto un processo partecipativo capace di coinvolgere i cittadini, ma nulla; tutto preconfezionato nelle segrete stanze. Al di là di questo, l’importante documento arriva sul tavolo del Consiglio, come detto, verso l'una di notte ed allora chiediamo, con altri consiglieri di minoranza, di spostarne la discussione ad un’altra seduta dando da subito la nostra disponibilità a partecipare anche nei giorni immediatamente successivi. Dopo il necessario dibattito viene messa in votazione tale richiesta e la stragrande maggioranza dei consiglieri alza la mano approvandola, ma con una incredibile decisione la Presidenza del Consiglio annulla la votazione aggiungendo alcune considerazioni al precedente dibattito ormai chiuso e rimette in votazione il rinvio del punto all’ordine del giorno. Risultato: la maggioranza cambia idea e non si rinvia più. Nel frattempo siamo arrivati all’una e mezza di notte. Questo è il modo in cui temi strategici e di estrema importanza per il futuro della nostra area vengono trattati dall’attuale Amministrazione eporediese. Nella trattazione del punto si aggiunge poi un altro aneddoto che la dice lunga sull’assoluta mancanza di fair play istituzionale della maggioranza che supporta il Sindaco. Riguardo il Piano Strategico abbiamo infatti presentato, con il Consigliere Tognoli, un emendamento ripreso, pressoché identico, in una mozione della maggioranza. Essendo il testo praticamente uguale abbiamo votato favorevolmente la mozione di maggioranza per assistere, con sorpresa ed amarezza, alla loro pilatesca astensione in modo da non far passare il nostro emendamento come dire: il gioco è nostro e voi non potete giocare.
Veniamo all’ultimo punto trattato e cioè la richiesta della Smat ai Comuni soci di approvare l’emissione di un prestito obbligazionario, della durata fra i 7 e i 10 anni, per un importo di 100-150 milioni di euro per poter, a sentire loro, procedere con l’attuazione del nuovo Piano Industriale 2015-2019 ed il relativo Piano Economico Finanziario che prevede investimenti per 1,6 miliardi di euro. Siamo alle solite. Intanto non sarebbe logico che un Piano di Investimenti in opere pubbliche inerenti il ciclo integrato delle acque lo facesse il Pubblico e non il gestore, temporaneo, del servizio stesso? E poi perché non si discute del fatto che il Piano Investimenti prevede le solite “grandi opere” lasciando ad un ruolo marginale la necessità vera delle reti idriche dei Comuni che si chiama manutenzione dell’esistente?
Andiamo oltre. L’operazione è talmente chiara e trasparente, si fa per dire, che non si sa se l’importo sarà di 100 o 150 milioni di euro, se durerà 7 o 10 anni e di tasso di interesse nemmeno se ne parla. Senza essere degli analisti dei mercati finanziari viene da chiedersi se sia utile emettere obbligazioni interne quando il costo del denaro è ai minimi termini. Leggendo tra le righe della delibera si capisce il perché. Testuale: “… considerato che l’ attuale modalità di prestito da parte della BEI (Banca Europea degli Investimenti) non risulta ulteriormente ampliabile la società ha prospettato il vantaggio di reperire una quota della provvista necessaria per gli investimenti, attraverso l’emissione di un prestito obbligazionario …”. Il che tradotto in italiano corrente non vuol dire altro che: la Smat è indebitata con la BEI per un importo non più ampliabile ed allora invece di dare vita a una revisione della spesa generale (sia quella derivante da investimenti sia quella derivante dalla spesa corrente) aggiunge debito al debito emettendo obbligazioni. Ovviamente i prestiti vanno restituiti e aumentandone l’entità complessiva aumentano anche gli interessi da pagare tanto che è stato calcolato che nei prossimi anni le tariffe saliranno di circa il 41%. Basterà?
Si tratta di una tipica operazione di finanziarizzazione delle politiche pubbliche, attività che sta mettendo in ginocchio interi Stati. A lavorare sul debito si corrono infatti, in un’economia instabile come quella attuale, grossi rischi. Tanto per fare un esempio qualcuno ha ancora notizie della Grecia?
Qual è infatti il problema del debito di una società pubblica? Che se non riesce a fare fronte alla restituzione, e sappiamo come stanno le casse dei Comuni, ecco arrivare il salvataggio del privato e così nel nostro caso per l’acqua, bene comune per eccellenza, potranno aprirsi le porte della privatizzazione in barba al referendum popolare di qualche anno fa.
E non si venga a dire che la Smat è una società solida e garantita dal pubblico perché una vicenda analoga è capitata solo qualche mese fa con il CIC (Consorzio Informatizzazione del Canavese). Società consortile florida che ha cominciato, con censurabili scelte aziendali, a lavorare con un debito che a un certo punto ha cominciato ad aumentare fino a diventare insostenibile per i soci pubblici ed allora ecco che il privato è arrivato a fare shopping a prezzi di saldo con il risultato che un’importante azienda pubblica con 8 milioni di fatturato e 160 dipendenti oggi è scomparsa dal patrimonio pubblico, sia esso economico che tecnologico.
Come abbiamo visto i segnali di un pericoloso spostamento dei centri decisionali dalle assemblee elettive a gruppi di potere spesso privati, ma soprattutto non definiti e non chiari è reale. Le ultime riforme costituzionali tendenti a favorire il ritorno di “un uomo solo al comando”, poi, confermano tale processo in corso, ma di questo parleremo prossimamente.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 26 aprile 2016

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