Piani strategici e politiche di sviluppo

Piani strategici e politiche di sviluppo

La politica, secondo il nostro punto di vista, dovrebbe essere soprattutto: ascolto, elaborazione, visione, attuazione, controllo e tutto il suo agire dovrebbe essere caratterizzato dalla massima trasparenza e da un linguaggio semplice e chiaro prendendo ad esempio proprio quella Costituzione Italiana che oggi qualcuno vorrebbe “deformare”. Alcuni modi per sviare da questo processo lineare improntato all'efficienza e all'efficacia sono: mescolare la carte, opacizzare i processi, confondere l'interlocutore di turno, scrivere leggi, o singole norme, incomprensibili.
Chi segue le vicende della politica da qualche tempo avrà certamente notato un decadimento generalizzato esteso alla sfera dell'etica, della morale, della legalità, della politica.
Per rimanere in casa nostra e nell'attualità prendiamo ad esempio le politiche di sviluppo del nostro territorio, tema che, detto così, ci pare sufficientemente chiaro e comprensibile a tutti e sul quale sarebbe il caso la politica locale trovasse la capacità di fare quadrato unendo le forze e le risorse disponibili rimanendo su un livello di concretezza e realismo.
Da anni, anzi da decenni, se ne fa un gran parlare e qualcuno ricorderà che nel 2005, già nel terzo millennio, si tennero ad Ivrea, con gran clamore, gli Stati Generali del Canavese dai quali emerse un messaggio di vacuo ottimismo sulla scia delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria. Da questa roboante passerella dei politici di allora nacque una Cabina di Regia che partorì dopo qualche tempo, nel 2007, un Piano Strategico del Canavese che avrebbe dovuto risolvere i problemi dell'area. A un decennio da allora l'asfittica e degradata situazione generale è sotto gli occhi di tutti e non è certo quella auspicata dagli enfatici comunicati stampa del tempo. Da uno dei documenti di allora abbiamo estrapolato una semplice frase che però sintetizza in sé la sconfitta della politica locale e nazionale degli ultimi decenni ormai saldamente in mano agli attuali partiti ai quali del bene comune e del benessere dei cittadini pare importare poco se non niente. Si leggeva che “tale percorso avrà successo se sarà inclusivo, partecipato e consapevole del fatto che la competitività dei territori si gioca anche sulla loro capacità di scegliere e rischiare”. In queste due righe è condensato tutto ciò che qui non è stato fatto ed ora ci troviamo in una situazione socio-economica molto peggiore di allora.
Eppure gli Stati Generali nacquero come l'evoluzione dell'innovativa esperienza dei Patti Territoriali che introdussero i concetti di integrazione e concertazione tra pubblico e privato con un approccio di “sviluppo sostenibile”. Esperienza che, alla luce del già avanzato grado di decadimento del livello culturale e politico di allora, non venne rinnovata, attualizzata e contestualizzata. Citiamo a questo proposito un passaggio, a nostro modo di vedere fondamentale in tema di sviluppo sostenibile, tratto dal testo “Stato e mercato” di Carlo Trigilia del 2001: “Sin dagli anni novanta (del secolo scorso) si è diffusa nelle scienze sociali la convinzione che lo sviluppo non fosse determinato soltanto da fattori di carattere economico, quali il capitale naturale, fisico, umano, ma anche dal tessuto sociale e istituzionale. I "fattori intangibili" che derivano dalle reti di interdipendenza non mercantile tra gli agenti economici, la società e le istituzioni sono aspetti rilevanti nella formazione del vantaggio comparato. Da tempo, quindi, siamo stati indotti a studiare le economie locali non solo in termini di rapporti di mercato, ma anche sulla base di meccanismi di cooperazione formale e informale tra gli attori privati e pubblici delle diverse aree. Si sottolinea, sempre più spesso, l'importante ruolo delle buone istituzioni locali, della capacità di utilizzare la conoscenza delle potenzialità del territorio e della cooperazione tra attori pubblici e privati laddove si siano create economie di agglomerazione e buoni percorsi di sviluppo”.
Quanto fin qui detto serve a trasportarci nel qui e ora perché, dopo l'aberrazione istituzionale della caotica nascita a freddo della Città Metropolitana, di cui in pochi conoscono l'esistenza, oggi si sente parlare nuovamente di Piano Strategico territoriale. Nonostante continue sollecitazioni e mozioni, di tutto questo il Consiglio Comunale di Ivrea non è stato reso partecipe fatta salva una promessa da parte del Sindaco di portare all'attenzione dello stesso il documento quando, ovviamente, sarà già bello e confezionato. Cosa poi sia accaduto a livello territoriale per il coinvolgimento dei 58 comuni dell'area omogenea 9 non è dato sapere. Questo è il concetto di partecipazione, inclusione, integrazione e concertazione che l'attuale esecutivo ha nei riguardi delle politiche sullo sviluppo. E' evidente come le esperienze passate non siano state prese in considerazione e men che meno assimilati e fatti propri i concetti elaborati dalle scienze sociali nel corso degli ultimi frenetici decenni. Tutto questo aggravato dal fatto che ormai tutta l'attività della politica, invece di ruotare intorno ai contenuti ed ai bisogni dei cittadini, si muove in base alle tornate elettorali per cui il Sindaco di Torino, nonché Sindaco della Città Metropolitana, che andrà quest'anno ad elezioni, ha già candidamente sostenuto che il Piano Strategico dell'eporediese non potrà venire preso in considerazione più di tanto dovendo chiudere, per questioni temporali, il Piano dell'intera Città Metropolitana entro pochi giorni. Per anni ci si è mossi con i piedi di piombo ed ora si deve risolvere tutto e subito indipendentemente da come, ma forse sarebbe il caso di ricordarsi che la fretta non è la migliore consigliera e che la qualità di un processo non è questione irrilevante.
Ma soprattutto bisognerebbe sempre avere in mente una visione di futuro, che oggi non c'è.

Articolo pubblicato su "La Voce" di sabato 26 marzo 2016

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