progetto per Ivrea

Questione di volontà

Questione di volontà

La settimana scorsa abbiamo parlato di quello che reputiamo il grande inganno della presunta complessità della politica e dell’amministrazione pubblica. Complessità che tende ad allontanare i cittadini dalle stanze dei bottoni mentre servirebbe l’esatto opposto e cioè una partecipazione diffusa in grado di dare vita a politiche “dal basso” tramite quello che in termini tecnici viene definito un approccio “bottom-up”.
Questo approccio, che prevede un processo decisionale che parte proprio dalla base e cioè dai cittadini, è radicalmente opposto a quello al quale assistiamo oggi in quasi tutti i livelli della politica italiana che, sempre in termini specialistici, viene definito “top-down” e cioè calato dall’alto.
Facciamo questa premessa perché sabato 17 febbraio presso la sala S.Marta ad Ivrea si è svolto, organizzato dall’Osservatorio Migranti, un interessante incontro dal titolo: “Migranti problema o risorsa?” Questo incontro è servito per fare il punto della situazione locale sul tema dei rifugiati richiedenti asilo, ma anche per conoscere alcune “buone pratiche” che potrebbero essere messe in atto facilmente anche da noi.
La conoscenza e la consapevolezza della realtà sono infatti quasi sempre risolutive nell’affrontare i problemi che quotidianamente ci troviamo ad affrontare e la giornata di studio organizzata dall’Osservatorio eporediese si è mossa proprio in questa direzione.
Intanto è necessario conoscere i termini della questione affrontata. Ad esempio non tutti sapranno che la gran parte dei servizi sociali della città di Ivrea sono delegati al Consorzio IN.RE.TE. composto da 51 comuni dell’area eporediese che si sono messi insieme per: “esercitare la loro funzione di indirizzo nella materia sociale, per svolgere il ruolo di rappresentanza degli interessi dei cittadini, per garantire la rappresentatività dei Comuni grandi e piccoli, per assicurare la loro partecipazione attiva ai momenti decisionali”. Un approccio partecipato, così come auspicato ad inizio articolo, che serve per dare risposte solidaristiche ad enti locali eterogenei, per dimensione demografica e territoriale, ma che presentano tutti, chi più chi meno, gli stessi problemi.
La Presidente del Consorzio IN.RE.TE ElladePeller ha fatto il quadro della situazione generale specificando che oggi sul tema migranti esiste un Protocollo d’Intesa tra Comuni, Consorzio e Prefettura che prevede alcuni elementi che, se conosciuti da tutti, potrebbero fugare molte delle paure che ogni tanto strumentalmente qualcuno irresponsabilmente agita. Questo protocollo ad esempio prevede che il numero massimo di rifugiati che possono essere accolti è pari a 520 sull’intera area di 51 comuni, che nelle singole unità abitative non possono alloggiare oltre 6 persone e, complessivamente, in quelle condominiali, più di 30 nell’intera struttura.
Questo protocollo, mutuato dall’esperienza del Comune di Avigliana, è basato infatti sulla micro-accoglienza diffusa che risulta essere oggi la forma più efficace sia per quanto riguarda l’accoglienza sia l’integrazione. Se tutti facessero la loro parte quindi il tema dei rifugiati non sarebbe certo un problema il fatto però è che solo la metà dei comuni del Consorzio ospita dei richiedenti asilo creando un corto circuito in quel legame solidaristico che consentirebbe a tutti di affrontare con maggior serenità i problemi e su questa strada, purtroppo, c’è ancora molto da fare.
Si sono susseguiti poi una serie di interventi di persone, sia amministratori pubblici che rappresentanti del mondo del volontariato, che hanno raccontato di esperienze innovative e utili sia ai migranti beneficiari che alle comunità nelle quali si svolgono.
Un interessante contributo è arrivato dalla Sindaca Marisa Varvello di Chiusano d’Asti Comune che ha attivato uno SPRAR (Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) con altri 5 comuni della zona su un totale di 2.600 residenti. Qui sono stati accolti 39 rifugiati che da marzo diventeranno 45. Le loro parole chiave sono: accoglienza diffusa, integrazione e lavoro che si sviluppano tramite due filoni principali: corsi di formazione per l’avviamento al lavoro e tirocini formativi. Un consulente del lavoro, pagato dal pubblico, aiuta i migranti nelle pratiche burocratiche e ad oggi tutti i beneficiari hanno un’occupazione. Qualcuno nel campo della manutenzione ed altri presso alcune aziende agricole del posto.
Esperienza analoga è stata raccontata da Paola Colombo in rappresentanza del Comune di Ormea dove l’amministrazione ha accolto una trentina di migranti in uno stabile comunale formando le persone sulla manutenzione del territorio compresa la realizzazione di muretti a secco. In seguito ad un’alluvione del 2016 tutti i migranti abili al lavoro, che sono 25, hanno ripristinato circa 40 km di sentieri costituendo, in seguito a questa esperienza, una cooperativa di comunità per il recupero dei castagneti e per la manutenzione del territorio.
Marino Poma dell’associazione Morus di Ceres e Valli di Lanzo ha raccontato di un’esperienza basata sull’accoglienza, ma soprattutto sull’integrazione grazie ad uno scambio culturale con i rifugiati che nel frattempo hanno imparato anche il dialetto piemontese. Da questa esperienza sono nati: Coromoro, un gruppo musicale che ad oggi ha fatto oltre 150 concerti, una squadra di calcio chiamata Moroteam che è arrivata a disputare le finali nazionali della propria categoria, Morostyle che è un atelier di sartoria e stanno cercando di mettere in piedi un ristorante dal nome Ristomoro con specialità piemontesi e africane.
Altre esperienze positive sono state poi raccontate da Andrea Trivero dell’associazione Pace Futuro di Pettinengo e da Gloria Ponzetto che ha aiutato tre rifugiati a realizzare l’associazione Contadini per caso in quel di Orio dove è stato realizzato un orto.
Tutto questo sta a dimostrare che se c’è buona volontà tutto è possibile. Le esperienze citate non arrivano da Marte, ma da Comuni, insiemi di Comuni o associazioni private che uniti da un obiettivo condiviso hanno imparato a lavorare insieme superando campanilismi e le difficoltà che spesso una normativa nazionale farraginosa ci mette di fronte.
Purtroppo, e qui sta la nota negativa, questo modo di operare non rientra tra quelli messi in atto dall’attuale Amministrazione eporediese sempre arroccata sulle proprie posizioni solitamente calate dall’alto. Riprendendo la domanda che faceva da titolo all’incontro citato tutte le questioni che caratterizzano la nostra quotidianità possono diventare problemi o trasformarsi in risorse e spesso a fare la differenza bastano la buona volontà e l’attenzione al benessere della collettività che una Pubblica Amministrazione sa mettere in campo. Da noi questo non accade: è arrivata l’ora di cambiare.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 27 febbraio 2018

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