progetto per Ivrea

Res Publica

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Sarà successo a tutti di dover trovare rapidamente monete e monetine per pagare il parcheggio che, ad Ivrea, è ormai quasi ovunque a pagamento.
Ci siamo domandati il senso di questa ennesima gabella (peraltro piuttosto cara) e abbiamo provato a fare qualche riflessione sulla sua origine. Siamo quindi risaliti fino al concetto di Res Publica, alla base della nostra Costituzione, che ci dice, fin da epoca romana, che il bene comune è beneficio e dovere di tutti: il beneficio consiste nell'utilizzare il bene comune (in questo caso le strade e le piazze), il dovere consiste nel pagare, attraverso le tasse: la manutenzione, il controllo e il buon uso di questo "bene" di proprietà di tutti.
Ci pare corretto ed equo il limite orario che, all'origine, avrebbe dovuto garantire l'utilizzo bilanciato a tutti i "cittadini-proprietari". Ci spingiamo anche a sostenere che il pagamento di una piccola quota per il parcheggio potrebbe anche avere un senso perchè garantisce un contributo alla manutenzione del bene comune da parte di coloro che ne usufruiscono. La logica termina, o per lo meno non riusciamo più a seguirla, quando una società di diritto privato, ci chiede dei soldi (tanti) per usufruire di un bene che è già nostro perchè è "cosa pubblica" e quindi noi, in quanto cittadini, ne dovremmo avere pieno uso, visto che con le imposte ed i tributi locali ne paghiamo pure la manutenzione.
Scoprire poi che soltanto circa il 20% di quanto pagato ritorna ad alimentare la manutenzione del nostro bene comune ci fa riflettere sul senso di quell'80% che dobbiamo pagare in più. Infatti ad un incasso di circa 1,5 milioni di euro al Comune arrivano poco più di 300.000 euro. Corre voce che in casi analoghi, di affidamento dei parcheggi municipali, il gestore versi mediamente nelle casse comunali circa il 60% dell'introito.
Una delle risposte che vengono date è che servono spese per la verifica delle ricevute e la manutenzione dei parchimetri. Ma perchè dobbiamo pagare noi i parchimetri?
E' come se al muratore che ci fa un lavoro in casa comprassimo noi la cazzuola e il cemento o al decoratore aggiustassimo il pennello quando perde le setole ...
E poi, perchè si devono pagare persone per il controllo di un bene della collettività che potremmo decidere di non controllare? Se si pagassero cifre più accettabili, soprattutto in questo periodo difficile, probabilmente l'evasione calerebbe e basterebbe il controllo saltuario dei vigili urbani.
Una grande azienda, anni fa, aveva dedicato una persona (circa 30-35.000 € di costo annuale) per controllare la corretta fruizione dei pasti nella mensa. Effettivamente, dopo molti mesi, il lavoro meticoloso di questo zelante impiegato aveva rilevato alcuni accessi inappropriati, garantendo così il recupero di 30-40 € di costi. Quando si dice l'efficienza ...
A questo proposito una domanda ci nasce spontanea: "Quis custodiet ipsos custodes?" che, per chi è digiuno di latino, suona più o meno come: "Chi controlla il controllore?"
Qualche tempo fa su un giornale locale è uscito un articolo nel quale un disabile lamentava il fatto di essere stato multato perché, nonostante avesse il relativo pass e non trovando libero il posto dedicato ai portatori di handicap, aveva parcheggiato nelle strisce blu.
Il presidente dell'ente gestore, incalzato da una giornalista sulla questione esenzioni per i disabili, ha risposto: "Noi non c'entriamo niente con queste decisioni, che spettano al Comune. Nel caso in cui prevedessero l'esenzione è certo però che chiederemmo lo sconto sulla concessione annuale".
L'entità della concessione annuale è quella sopra specificata, ognuno può fare i ragionamenti che meglio crede. Di fronte a certe dichiarazioni ci viene però da chiedere: ma siamo proprio sicuri di vivere in una società civile ed equa? Siamo proprio sicuri che tutto quanto debba sempre venire ricondotto al valore monetario, agli incassi, ai profitti, indipendentemente da tutto ciò che ruota intorno ad ogni essere umano: sentimenti, emozioni, paure, impedimenti, disagio, mancanza di lavoro, povertà, malattia, solitudine, disuguaglianza, discriminazione? Siamo proprio sicuri che una società (in senso sociale) che non si può permettere di esentare un posto di parcheggio temporaneo ad un disabile sia orientata alla ricerca del benessere dei propri cittadini? Non è il caso di provare a ribaltare il ragionamento e per recuperare risorse partire dai compensi dei manager pagati con i soldi pubblici invece che continuando a dissanguare i cittadini comuni?

Articolo pubblicato su "La Voce" di lunedì 21 ottobre 2013

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