Servizio Pubblico: più Stato o più mercato?

Servizio Pubblico: più Stato o più mercato?

Pur in un mondo radicalmente cambiato è ancora forte una ripartizione ideologica della politica, di stampo ottocentesco, che si richiama, nella sostanza, a categorie di pensiero ormai superate dalla storia.
In estrema sintesi possiamo affermare che gran parte del dibattito politico mondiale, almeno fino alla caduta del muro di Berlino, si sia sviluppato intorno al dualismo tra capitalismo e comunismo, incarnato a livello statuale da USA e URSS.
Entrambi questi impianti ideologici si basavano su una visione economicista della società differenziandosi sostanzialmente per lo spostamento del baricentro verso il mercato l’una e lo Stato l’altra. Questo scontro è stato il filo conduttore del dibattito politico fino alla fine del secolo scorso e ancora oggi non si può dire superata questa visione dicotomica seppur diventata anacronistica e inadeguata all’attuale situazione socio-politica globale.
Pur trattandosi di una visione estremamente semplicistica ci può aiutare a fare qualche riflessione sull’adeguatezza delle attuali strutture e istituzioni politiche.
Tutti sappiamo, almeno i non troppo giovani, che, di fatto, con la caduta del muro di Berlino il comunismo è stato, in poco tempo, messo in soffitta facendo sì che il capitalismo abbia potuto dispiegare tutte le sue potenzialità nei decenni a venire non esistendo più delle forze alternative in grado di temperarne la veemenza e la forza di penetrazione all’interno della società.
Mentre forme alternative di pensiero a matrice socialista, socialdemocratica, ma anche liberale stentavano a rinnovarsi e a consolidarsi il capitalismo ha avuto la capacità di innovarsi radicalizzandosi sui binari del neo-liberismo; categoria di pensiero che basa sul mero profitto e sulle leggi del mercato tutto il proprio impianto ideologico.
Abbiamo quindi assistito ad uno spostamento, lento quanto inesorabile: dal bene comune all’interesse privato, dal collettivo all’individuale, dall’uomo al denaro e tutto questo nel silenzio della gran parte delle forze di sinistra o progressiste. Ce lo ricorda per fortuna ogni tanto papa Francesco. Tutti ricorderanno un gongolante Fassino dire al telefono: “abbiamo una banca”; neanche quello fosse un elemento imprescindibile per candidarsi a governare una società che di tutto ha bisogno dal punto di vista sociale, ma non certo di una nuova banca. Le banconote e le carte di credito hanno sostituito piano piano le idee e la passione politica.
L’economia e il profitto hanno sopravanzato la politica nelle dinamiche di organizzazione e regolamentazione della società e in molti casi le assemblee elettive e i propri organi di rappresentanza sono diventati veri e propri consigli di amministrazione al pari di una società di capitali.
Per quel che riguarda la nostra vita quotidiana questa trasformazione ha dato vita ad alcuni fenomeni che hanno, in certi contesti, stravolto dinamiche che pensavamo immodificabili.
Proponendo un’altra sintetica semplificazione potremmo affermare che lo spostamento della politica verso l’economia e dei diritti verso i profitti ha dato vita a due fenomeni dirompenti che oggi segnano il passo, ma che le forze politiche non riescono a superare: in ambito nazionale le privatizzazioni e in ambito di enti locali l’esternalizzazione dei servizi pubblici.
L’ingannevole equazione che ci ha portato verso questa situazione è stata: “pubblico=spreco di denaro, disonestà, privato=efficienza”. Dopo decenni di ubriacatura su queste false credenze oggi ci stiamo accorgendo che troppe volte si è finito per “gettare il bambino con l’acqua sporca” e ora tornare indietro non sarà facile, ma per alcuni servizi sarà indispensabile.
I più attempati ricorderanno che fino a qualche decennio fa erano pubbliche: l’elettricità con Enel, la telefonia con SIP, i treni con le Ferrovie dello Stato, la compagnia aerea di bandiera con Alitalia, e via discorrendo. Certo c’erano inefficienze e lentezze, ma prima di gettare tutto nelle mani di famelici privati, spesso senza scrupoli, forse si sarebbe potuto ragionare con maggior ponderatezza anche perché la situazione oggi è piuttosto caotica quanto non drammatica come ad esempio per Alitalia.
Negli enti locali si è assistito ad un fenomeno analogo e invece di far crescere il personale interno si è preferito esternalizzare (affidare all’esterno) molti servizi pubblici, anche strategici, che nella stragrande maggioranza dei casi hanno finito di perdere in qualità. E’ capitato molto, troppo, spesso che tali operazioni si siano attuate privatizzando i profitti, ma lasciando al pubblico le perdite.
Su questo filone e parlando della nostra città ecco che viene smantellato il servizio manutenzione, simbolo di efficienza, con tutte le conseguenze che oggi abbiamo sotto gli occhi. Viene portato al fallimento il CIC (Consorzio pubblico per l’Informatizzazione del Canavese) oggi nelle mani del privato, con un ricavo pari a zero e con la conseguente perdita, per il pubblico, oltre che di un’azienda del valore di qualche milione di euro, di tecnologia, personale preparato, capacità progettuale e di innovazione.
E’ notizia di queste settimane la chiusura dell’Asilo nido Olivetti (il primo in Italia), almeno per quanto riguarda la sede storica firmata da Figini e Pollini, e veniamo a sapere che il servizio educativo, una volta interamente pubblico, oggi annovera tra le 21 educatrici totali solo cinque dipendenti comunali due delle quali, alla fine del 2017, andranno in pensione e molto probabilmente non verranno rimpiazzate. Ovviamente quanto sopra non è una valutazione di merito sulla professionalità del personale sia esso pubblico che privato, ma una considerazione generale su dove stiano andando le politiche pubbliche.
A fare da contraltare, sul tema dell’istruzione, leggiamo sui giornali che, per quanto riguarda il pubblico, i dirigenti scolastici, che già devono gestire scuole con migliaia di studenti, sempre più fatiscenti e bisognose di interventi manutentivi, o Istituti comprensivi con decine di sedi vengono sovraccaricati con assurde reggenze impossibili da sostenere salvo dotarli del dono dell’ubiquità e di risorse umane e materiali oggi inimmaginabili.
Per quanto riguarda Ivrea poi che dire delle inesistenti politiche culturali lasciate nelle mani di volenterosi privati che sopravvivono grazie ai discrezionali contributi della Fondazione Guelpa che tutt’altro dovrebbe fare con il lascito della benemerita donatrice?
Siamo in presenza di uno smantellamento lento ma costante di tutto ciò che è pubblico compiendo, a nostro avviso, un grave errore perché se è vero che nella Pubblica Amministrazione esistono inefficienze e qualche furbetto oggi la fa da padrone è altrettanto vero che all’interno della struttura pubblica ci sono tanti dipendenti, funzionari, dirigenti preparati, competenti e con tanta voglia di fare bene per l’ente per il quale lavorano. Solitamente a questi vengono tarpate le ali perché una Pubblica Amministrazione troppo efficiente a qualcuno da fastidio perchè renderebbe non giustificato il continuo spostamento di servizi verso il privato con tutti gli interessi, più o meno leciti, che ruotano intorno a certe operazioni. Decenni di privatizzazioni ed esternalizzazioni ci stanno dimostrando che non sempre privato è meglio. Serve equilibrio e consapevolezza e il nostro auspicio è che la politica di domani saprà ricreare una classe dirigente pubblica, e una conseguente struttura amministrativa: moderna, con grandi obiettivi, preparata, capace di innovare e progettare, in grado di riportare l’Italia fuori dalle secche di una burocratizzazione malata e di un sistema corruttivo tentacolare che ci stanno spingendo ai margini della cerchia dei Paesi più avanzati.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 23 maggio 2017

 

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