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Sono solo parole

Sono solo parole

Parole, parole, parole. "La visione del mondo dei politici in servizio è racchiusa in un parlare col profilattico: parole generiche e astratte, senza corpo, senza contatto". Questa frase di Franco Arminio, tratta da suo ultimo bellissimo libro Geografia commossa dell'Italia interna, mi ha fatto venire in mente il fluire quotidiano dell'ondivaga politica contemporanea; sia essa nazionale o locale poco cambia.
Un politico ha sempre qualcosa da dire in qualunque occasione; dice sempre la sua. Capita però, sempre più spesso, che alla fine di un intervento dell'oratore di turno ci si volti verso il vicino chiedendogli: "ma cos'ha detto?" e l'interlocutore rispondere, sempre più spesso: "boh?"
Forse, in fondo, il problema di un'Italia allo sfascio tra corruzione, illegalità, mediocrità, disinteresse, opportunismo, familismo, prevaricazione, egoismo è più semplice di quanto sembri. E' solo dovuto al fatto che le parole sono diventate evanescenti, eteree. Oggi si può dire qualunque cosa per poi smentirla il giorno dopo e il bello è che non accade nulla, nemmeno una sanzione morale o una critica al bar tra cornetto e cappuccino. Una volta si diceva che le parole erano pietre, oggi le parole non sono nemmeno piume: non sono e basta.
Sarà per questo motivo che oggi si fa una riforma costituzionale che elimina il Senato, domani se ne fa un altra che lo mantiene, ma non elettivo per ridiventare nuovamente elettivo il giorno appresso. Oppure potrebbe essere per questo che si passa dall'ICI all'IMU e dalla TARSU alla TARES alla TARI togliendo l'IMU dalla prima casa chiamandolo TASI e tutto questo ricompreso nella IUC con l'unica certezza che il cittadino qualunque pagherà più tasse di prima.
Da quando si sono effettuate le elezioni ad Ivrea, e la nostra lista civica è entrata in Consiglio Comunale, abbiamo imparato a convivere, nostro malgrado, con questa leggerezza semantica, questa deriva filologica, questa riduzione linguistica che alla fine rende tutto impalpabile e mai definitivo.
A più riprese abbiamo chiesto, insieme ad altre forze di minoranza, di essere resi partecipi della vita amministrativa cittadina per poterla gestire al meglio in ossequio al mandato conferitoci dagli elettori. Ed ecco che ad ogni richiesta di condivisone e di coinvolgimento attivo scatta la tecnica delle "parole a perdere". Quelle parole cioè che mentre vengono pronunciate svaniscono negli spazi siderali dell'oblio.
Ne portiamo ad esempio due molto in voga: partecipazione e trasparenza.
Parole che, pronunciate con enfasi, hanno caratterizzato la campagna elettorale e che possiamo trovare a piene mani nei programmi elettorali peccato che quando dovrebbero venire messe in atto nella vita reale assumano contorni indefiniti.
Tanto per fare un esempio è dal bilancio preventivo dello scorso anno che l'assessore competente promette un cambio di rotta tramite nuove forme di partecipazione. Peccato che dopo gli squilli di tromba tutto questo processo innovativo e coinvolgente si è limitato ad un paio di incontri sporadici durante i quali non si è entrato nel merito di nulla. E' sempre dallo stesso Consiglio Comunale dell'anno scorso che ci sentiamo ripetere che Ivrea è un Comune dal bilancio virtuoso e sempre approvato nei primi mesi dell'anno, salvo quello appena passato a causa delle elezioni, e allora ci chiediamo come mai quest'anno, che le elezioni non ci saranno, il bilancio verrà comunque portato in Consiglio il 31 luglio, ultimo giorno disponibile per non incappare nella reprimenda degli organi di controllo superiori. Ma se siamo così virtuosi perchè aspettare l'ultimo giorno? E perché annunciare un processo di bilancio partecipato se già si ha la contezza di non voler condividere nulla con la minoranza?
Trasparenza è l'altra parola magica che viene ribadita ad ogni piè sospinto, ma nel nostro caso forse sarebbe utile metterci d'accordo sul significato e l'etimologia di questo termine. Cosa c'è di trasparente nel nascondere o per lo meno non far vedere i dati riguardanti le società in house o partecipate dal Comune? Cosa c'è di trasparente nell'apprendere dai giornali della crisi conclamata di un'azienda pubblica come il CIC (153 dipendenti) senza che i lavoratori e i consiglieri ne sappiano nulla e senza che venga presentato loro un piano industriale di risanamento e di riorganizzazione? E cosa c'è di trasparente nel non dire nulla ai consiglieri e all'opinione pubblica delle cause e delle responsabilità di questa crisi, peraltro annunciata, tenendo conto che la Città di Ivrea è il socio di maggioranza relativa con il 24,9%?
Ridare il giusto peso alle parole tipo dire: pane al pane, vino al vino, potrà salvare il nostro paese dal declino? Forse no ma sarebbe già un primo passo in avanti se parlandoci riuscissimo ad attribuire alle nostre parole lo stesso significato a partire, perché no, da partecipazione e trasparenza.
Ho aperto con una frase di Franco Arminio sull'incomprensione e chiudo con lui questo articolo: "Stanno allargando la strada per Marsicovetere. Non si capisce se per rendere più agevole la fuga o la salita".

 Articolo pubblicato su "La Voce" di lunedì 23 giugno 2014

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