Tornare alle origini

Tornare alle origini

In questo spazio, gentilmente concesso alle minoranze per poter esprimere il loro punto di vista, si discute della situazione socio-politica eporediese. Ogni settimana, ponendosi di fronte al foglio bianco alla ricerca di un argomento da trattare, viene spontaneo analizzare uno dei diversi episodi che caratterizzano la vita politica e istituzionale della città. In questo articolo, che sopraggiunge a meno di una settimana dall’ultimo Consiglio Comunale, ci si aspetterebbe probabilmente di leggere qualcosa su quanto accaduto in quella sede, ma oggi non sarà così, proveremo a volare un po’ più in alto.
Sempre questa settimana infatti nella vivace vita culturale cittadina ho avuto l’occasione di assistere alla presentazione di un libro; non importa quale, l’argomento trattato e chi ne sia l’autore, almeno ai fini della presente riflessione, quanto l’elemento che ne ha ispirato la scrittura.
L’autore, un bravo e conosciuto giornalista, abituato a grandi palcoscenici e personaggi famosi ha sentito la necessità, a un certo punto della sua vita professionale, di rallentare la corsa per concentrare la propria attenzione sulle proprie origini, sui momenti e sui luoghi dai quali tutto è cominciato. Utilizzando una metafora del mondo calcistico ha spiegato che è come passare dal Maracanà o dal Santiago Bernabeu, vetrine di grandi e celebrati campioni, ai polverosi campetti di periferia dove tutti hanno cominciato a tirare i primi calci e dove si può trovare ancora la vera passione per quello sport.
Questa sua ricerca interiore mi ha fatto riflettere sui miei ultimi cinque anni di impegno politico locale ritrovando in quella tensione intellettuale una via d’uscita alla visione distorta a ciò che oggi, nell’accezione comune, si ritiene sia la politica. Ho provato così anche io a tornare indietro, alle origini, agli ideali che mi hanno spinto, un paio di decenni fa, a dedicare tempo e risorse al bene comune, al tentativo, da molti considerato disperato, di lasciare alle nuove generazioni un mondo, una città, un paese migliore di quello che i nostri genitori ci hanno lasciato. Come in un film ho rivisto scorrere le immagini delle tante iniziative e opere, tangibili, realizzate nel Comune dove sono stato Sindaco per dieci entusiasmanti anni, delle tante belle persone conosciute, dei viaggi in giro in un’Italia, poco conosciuta ma vera, fatta di buone pratiche, di luoghi dove la qualità della vita e il benessere delle persone sono, realmente, prioritarie nella testa degli amministratori locali.
In questo percorso retrospettivo ho ritrovato la vera essenza della mia idea, magari venata da una sana utopia, della politica come relazione, ascolto, confronto, conoscenza, dibattito, incontro, ricerca della bellezza con l’unico fine di migliorare lo status quo partendo dagli altri, da chi la pensa diversamente da noi, da chi non ha voce, dagli artisti e dai creativi, dai bambini e dagli anziani, da chi vive ai margini in una società sempre più egoista ed escludente, sempre più carica di odio, che pare lanciata verso l’autodistruzione.
Dal 2013 e cioè da quando, grazie ad una lista civica che perseguiva e persegue questi ideali, sono entrato nel Consiglio Comunale eporediese ho dovuto entrare in contatto con una modalità di fare politica diametralmente opposta tutta incentrata su partiti che, come dice l’etimo, curano solo gli interessi di una parte come se fossero i depositari della verità assoluta. Partiti che sono diventati un simulacro delle grandi organizzazioni di massa che hanno creato e messo a disposizione del popolo una cultura politica durante quel “secolo breve” nel quale l’umanità ha dovuto subire due devastanti guerre mondiali.
Oggi i partiti hanno perso ogni afflato ideale, accomunandosi purtroppo ad altre tipologie di gruppi organizzati, imponendo la competizione e la prevaricazione degli uni sugli altri come modus operandi e l’utilitarismo e la mera ricerca del profitto come punti di riferimento in campo economico.
La situazione nazionale, ma anche locale ci fa assistere quotidianamente ad assurde guerre tra fazioni, dichiarazioni rancorose addirittura tra componenti dello stesso partito e/o della stessa corrente. Il senso delle istituzioni è sempre più sfumato e invece di discutere di contenuti e di problemi reali delle persone ci tocca assistere ad ipocrite operazioni di mistificazione della realtà e del dibattito anche su temi che, riguardando la città, dovrebbero essere patrimonio di tutti, sinistra e destra, maggioranza e minoranza.
“La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo più nulla da dirci, che non crediamo più agli altri e nemmeno in noi stessi.
In un contesto del genere è veramente penoso vedere come la politica continui a restringere il proprio raggio d’azione spirituale. E’un esercizio tecnico in cui il cinismo e la mediocrità vengono scambiati per atti eroici. Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione a un semplice lampione, a un muro scrostato”.*
Le parole di Franco Arminio, scrittore e poeta contemporaneo, per noi grande fonte di ispirazione, inquadrano alla perfezione quanto ho cercato di descrivere in precedenza e questo è il messaggio che lanciamo in questa campagna elettorale esageratamente anticipata che ci apprestiamo a vivere. Il “Risiko” della politica lo lasciamo fare ad altri, noi proseguiremo in quel cammino iniziato cinque anni fa e finalizzato all’elaborazione di un progetto alternativo di governo costruito mattone dopo mattone negli anni scorsi e che oggi deve solo venire implementato e aggiornato.
Un ritorno alle origini è lo sforzo intellettuale che chiediamo a chi si vorrà avvicinare a questo progetto per ritrovare dentro di sé il vero significato dell’agire politico perché non dobbiamo dimenticarci che ogni nostro gesto quotidiano assume una valenza politica: dai nostri acquisti al nostro modo di muoverci, dal vaso di fiori sul balcone alla mano tesa verso i più deboli.
Visione politica che trova la sua sintesi nuovamente nelle parole di Arminio con le quali chiudiamo: “Io spero che l’anno nuovo veda la nascita di una democrazia radicalmente locale, costituita da comunità provvisorie che si formano in ogni luogo e che in ogni luogo discutono col centro sulla forma da dare alle cose: può essere una piazza, può essere il modo di produrre o di pagare le tasse, può essere un’idea di scuola e di sanità. Una capillare manutenzione dal basso in cui le persone sono chiamate a discutere, a esprimere le proprie emozioni. Le elezioni sono solo un piccolo dettaglio tra gli altri. La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.”*

* dal libro: “Geografia commossa dell’Italia interna” di Franco Arminio

 

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 31 ottobre 2017

 

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