Tra l'illegale e l'inopportuno

Tra l'illegale e l'inopportuno

Non è solo questione di stile

L’ennesima penosa vicenda del ministro Guidi ci conferma di come nel nostro sempre più malconcio Paese non si riesca a cambiare nulla in tema di etica pubblica e moralità politica pur senza considerare, almeno per un attimo, questioni inerenti corruzione e illegalità che sono le altre grandi piaghe che ci tengono ai margini mondiali delle classifiche della “virtù civica e collettiva” nella più ampia accezione del termine.
Ovviamente riguardo i temi dell’illegalità e della corruzione ci sarebbe molto da dire, ma ciò su cui vorremmo provare a fare qualche ragionamento è un livello un tantino più basso dal punto di vista meramente giuridico tanto da venire, erroneamente, troppo poco considerato. Stiamo parlando, come per il caso Guidi, di tutta una serie di azioni, attività, comportamenti che magari non oltrepassano direttamente la linea della legge, ma che sono propedeutiche a che ciò, prima o poi, avvenga o per lo meno ne creano le condizioni.
Parliamo di nepotismi, familismi, spintarelle, affarismi, raccomandazioni, ecc. Tutte attività che non necessariamente prefigurano un reato, ma che se diventano sistema, come purtroppo accade in Italia, tendono a falsare e depotenziare quelle regole che stanno alla base del vivere democratico e civile innescando un meccanismo di emulazione che con l’effetto “palla di neve” tende ad autoalimentarsi nella sua corsa contaminando fette sempre maggiori di persone e rendendo sempre più difficile un ritorno alla “normalità”.
Purtroppo arriviamo da decenni e decenni di proliferazione di questa pessima usanza italica e il grave rischio di oggi è l’abitudine. Quante volte abbiamo sentito dire dal nostro vicino di scrivania: “vabbè che sarà mai, in fondo chi non ha mai chiesto una raccomandazione al politico di turno?” Questo è il rischio; che un esecrabile modo di fare diventi un modo di pensare comune. Sarebbe la fine di ciò che si definisce il “senso civico” di un popolo.
Nella nostra attività istituzionale abbiamo finora portato all’attenzione dell’opinione pubblica, sia tramite la via istituzionale (interrogazioni, interpellanze, mozioni) sia attraverso i mass media, tutta una serie di situazioni che si sono sviluppate in questa melassa morale, ma nulla è finora accaduto. Diciamo subito che sbagliare è umano e che a noi non interessa giocare la parte dei giustizialisti ad ogni costo, anzi reputiamo la comprensione dell’errore ed il perdono le migliori armi per interrompere questa catena di indifferenza e malversazione.
Per fare questo è necessaria però una presa di coscienza collettiva che ci aiuti a trovare il coraggio di dire pane al pane smettendola di trincerarsi dietro un poco onorevole: “ma chi me lo fa fare?” oppure un altrettanto tipico: “ma se poi me la fanno pagare?”.
Perché il gioco sporco di certe forme di potere, soprattutto quelle legate agli attuali partiti che torniamo a ribadire non hanno nulla a che vedere con quelli giusti e sani delle origini, sta nel ribaltare le situazioni tramite la stampa amica e la manipolazione sistematica dell’opinione pubblica. Così chi denuncia un comportamento scorretto si cerca di farlo passare per un oppositore strumentale, che critica “a prescindere”, distogliendo l’attenzione dai temi principali in modo da non rispondere alle questioni reali poste.
Visto che oltre a esplicitare buoni propositi ci piace anche essere realisti veniamo ai nostri soliti esempi concreti. Il 31 marzo è scaduto il termine del mandato, già prorogato una volta, della commissione di indagine sulla disastrosa fine del CIC (azienda pubblica da 8 milioni di fatturato con oltre 130 dipendenti finita, con oltre 3 milioni di debiti, in mani private). Come il collega di minoranza Tognoli, ho rassegnato le mie dimissioni da una commissione che non ha avuto fin dall’inizio, per la chiara volontà della sua componente maggioritaria costituita da consiglieri del PD, nessuna intenzione di andare a fondo della questione. La commissione, nonostante le continue richieste di convocazione, si è riunita solo due volte e non si è così data risposta a nessuna delle decine e decine di domande che come gruppo consiliare abbiamo fatto fin dalla primavera del 2014 periodo in cui la crisi aziendale era già conclamata. Di materiale su cui lavorare ce n’era quanto si voleva ed era ovviamente a disposizione, ma a nessuno è venuto in mente di partire da lì, da una serie di domande circostanziate rispondendo alle quali, magari, qualche responsabilità amministrativa e politica sarebbe venuta fuori. Sempre su questo tema e tornando al discorso dei familismi fatti in precedenza, ad esempio, nessuno ha mai sottolineato il fatto che in un periodo in cui i primi segnali di attenzione già c’erano è stato assunto al CIC, non si sa come e con quali motivazioni, il fratello dell’ex Presidente della Provincia, attuale Assessore regionale alla Sanità, Saitta. Certo, essere fratello di un politico influente non è una colpa e proprio per non fare di tutte le erbe un fascio una delle cose che abbiamo chiesto nel tempo è stata proprio quale sia stata la modalità con cui si è proceduto a tale assunzione, trattandosi di un'azienda pubblica, e quali fossero stati i meriti curricolari del soggetto prescelto. Risposte: nessuna. Ciò che lascia ancora di più l'amaro in bocca è che questo nuovo assunto non è entrato in azienda in un ruolo marginale, ma è diventato, in men che non si dica, nientemeno che direttore, il massimo livello aziendale interno. I risultati del nuovo management sono sotto gli occhi di tutti, ma per molti nulla è accaduto e tutto è nella norma.
Chiudiamo questo editoriale con un altro caso che si continua a sottacere e minimizzare. Tutti avranno letto della ormai famosa questione della candidatura Unesco per la quale aspettiamo ancora di conoscere, nonostante reiterate richieste, i dettagli di una spesa che ha superato i 420.000 euro. All'inizio serviva trovare un coordinatore per questa delicata operazione e allora una persona normale, come noi ci riteniamo, cosa immagina: un bando di gara pubblico finalizzato a ricercare una professionalità adatta a ricoprire questo importante ruolo, magari privilegiando un giovane locale. E invece com'è andata? Nelle solite segrete stanze del solito partito viene cooptato il solito consulente esterno che verrà strapagato, inizialmente per i 18 mesi entro i quali avrebbe dovuto, ma non l'ha fatto, ultimare il dossier di candidatura per poi prolungare, all'insaputa del Consiglio Comunale, tale incarico fino alla fine del 2015. Anche in questo caso i risultati si sono visti. Dimenticavamo di dire che nel contratto del coordinatore c'era anche la redazione del Piano di Gestione che poi è stato incredibilmente affidato per la modica cifra di 59.999 euro al Consorzio Insediamenti Produttivi. La domanda che sorge spontanea è: "ma quante volte l'abbiamo pagato questo Piano di Gestione?"
Quelli sopra citati sono solo due di una serie di nomine e/o incarichi che rientrano in quel limbo tra l'illegale e l'inopportuno di cui parlavamo in apertura di articolo. Chiudiamo con una domanda: è ancora tempo di continuare così o è meglio fermarsi e fare qualche responsabile riflessione?

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 5 aprile 2016

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