Trasparenza della Pubblica Amministrazione: sarà vera gloria?

Trasparenza della Pubblica Amministrazione: sarà vera gloria?

Anche se con notevole ritardo e con alcune peculiarità tutte italiane nel maggio del 2016 è stato approvato, dopo lungo e travagliato percorso, il D. Lgs 97/2016 sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione. Entro il 23 dicembre scorso, sei mesi dopo la sua approvazione, tutte le amministrazioni pubbliche avrebbero dovuto adeguarsi a questa “rivoluzionaria” normativa e in quella stessa data il dipartimento della Funzione Pubblica ha reso disponibile sul proprio sito online (http://www.funzionepubblica.gov.it/accesso-civico) il modulo per l’accesso civico ampliato ai dati non soggetti a pubblicazione.
Questo intervento è stato ribattezzato con il brutto acronimo di FOIA unendo le iniziali del “Freedom of Information Act” americano, approvato nel corso del mandato del Presidente Lyndon Johnson il 4 luglio del 1966; legge che si può considerare il primo esempio normativo di rilievo nell’ambito del controllo diffuso della gestione pubblica.
Dicevamo che in Italia, dove purtroppo la trasparenza della P.A. non è mai stata un esempio da seguire, siamo arrivati tardi a questo appuntamento perché la normativa americana risale appunto al 1966, quella francese al 1978 e quella inglese al 2000, tanto per fare alcuni esempi di Paesi importanti ed è ormai presente in oltre 90 Stati.
Il percorso dell’iter legislativo è stato fortunatamente condiviso dall’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione) di Raffaele Cantone che ha provveduto, tramite apposite linee guida, a semplificare e a rendere facilmente fruibile la nuova possibilità di richiesta di accesso agli atti da parte di cittadini e associazioni. Basterà infatti inviare una semplice mail di richiesta indirizzata agli uffici che sono in possesso dei dati o all’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) per ottenere una risposta in tempi brevi salvo il caso di un diniego che però non potrà essere generico, ma motivato dettagliatamente entro 30 giorni.
Dicevamo in apertura delle peculiarità italiane. Citiamo solo quella più evidente, quanto incomprensibile, e cioè il fatto che per gli inadempienti e cioè coloro i quali non garantiranno l’accesso agli atti non ci saranno sanzioni né amministrative né pecuniarie.
Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno possiamo dire che l’approvazione di una normativa specifica su un tema così importante è fondamentale per iniziare un percorso virtuoso nei rapporti tra Stato e Popolo e poi rimane sempre la speranza di miglioramenti del testo nel corso del tempo.
Ciò che è importante è che i cittadini si attivino cominciando ad utilizzare questi nuovi strumenti di controllo per tenere sotto osservazione l’operato e l'efficienza dei pubblici uffici e dei propri amministratori. Ad esempio, tanto per fare un esempio concreto, richiedendo il certificato di collaudo statico o il certificato di prevenzione incendi della scuola frequentata dai propri figli.
Come stiamo sotto le rossi torri
Rimanendo in tema di trasparenza e di chiarezza dell’azione amministrativa ricordiamo che entro il 31 gennaio dovrebbe venire resa pubblica la risposta alla domanda, esplicitata in una mozione del Consiglio Comunale di fine dicembre, sulla regolarità dell’affidamento, senza gare né richieste di preventivi, al Consorzio Insediamenti Produttivi del Canavese (CIPC), da parte della Fondazione Guelpa, del piano di gestione della candidatura Unesco.
Va altresì ricordato che il C.I.P.C. è un ente pubblico specializzato nelle realizzazione di aree industriali che poi vengono vendute a prezzi calmierati alle imprese che necessitano di spazio per la loro attività. La redazione di un piano di gestione per una candidatura Unesco non è certo un’attività tipica del Consorzio tant’è che la gran parte del lavoro è stata affidata discrezionalmente a consulenti esterni cosa che avrebbe potuto tranquillamente fare il coordinatore della candidatura che peraltro di tale compito era stato formalmente incaricato e di conseguenza pagato.
Abbiamo notato, in fase di elaborazione della mozione, che il bilancio 2015 del C.I.P.C. non si sarebbe chiuso in attivo senza questa cospicua entrata. Abbiamo allora svolto un’analisi più approfondita della gestione di tale ente e abbiamo visto come per due anni di fila, il 2012 e il 2013, il bilancio sia stato pesantemente in passivo rispettivamente per 25.211 e 362.876 euro. Nel 2014 si raggiunge un attivo pari a 2.760 euro; risultato che però viene raggiunto solo grazie ad entrate “straordinarie” non ben specificate pari a 21.374 euro.
Succede più o meno la stessa cosa nel 2015 dove il bilancio nella sua parte ordinaria chiude, nonostante i 49.180 euro del piano di gestione, in negativo per 91.048 euro, ma raggiungendo il segno positivo grazie ad entrate “straordinarie” per circa 23.000 euro e ad una cospicua voce non troppo chiara di “imposte differite” per ben 72.000 euro. Nella Relazione del Collegio dei Revisori al Bilancio si legge che all’ottenimento del segno positivo: “ha contribuito l’iscrizione di un credito per fiscalità differita di 72.000 euro sul presupposto di recuperare tale credito nell’esercizio corrente e nel successivo (2017)”.
Va ricordato che il bilancio 2015, seppur nel modo sopra esplicitato, si è chiuso con un utile di esercizio di soli 2.022 euro. Fa quindi molto pensare che quando abbiamo chiesto il dettaglio delle generiche “spese generali”, pari a 4.918 euro (più del doppio dell’utile che ha fatto chiudere in positivo il bilancio), pagate dalla Fondazione Guelpa al C.I.P.C. per il Piano di Gestione, ci sia stato risposto che derivano dall’applicazione di: “una percentuale del 10% dell’ammontare come previsto abitualmente su incarichi di consulenza per coprire forfettariamente trasferte (comprese quelle a Roma per interfacciarci con il Ministero), spese postali, telefoniche, consegna a mano di documenti, ecc.”
Previsto “abitualmente” da chi? Spese forfettarie? Viaggi a Roma non dettagliati per redigere un Piano di Gestione? Non bastano i telefoni e internet? L’impressione che esce da vicende tipo questa è che di strada sulla trasparenza dell’azione amministrativa della P.A. da fare ce ne sia ancora molta. Constatare che bilanci di enti pubblici si possano basare su entrate/uscite “forfettarie”, “straordinarie” e/o ipotetiche, quindi non dettagliate, né continuative né certe, lascia perplessi e una questione che fa maggiormente riflettere, nel caso specifico, è che nel bilancio 2015 la spesa complessiva di circa 170.000 euro contempla poste in uscita relative a: consulenze tecniche (51.234), compensi agli amministratori (31.026), compensi per collegio dei revisori (20.513), consulenze legali e amministrative (17.416) alle quali si aggiungono 19.980 euro per il personale per una somma di circa 140.000 euro pari all’82% della spesa complessiva.
Se poi nella Relazione dei Revisori sullo stesso bilancio si legge che: “il trend economico registrato negli ultimi anni dal CIPC non consente di escludere l’ipotesi che vengano meno le prospettive di continuità operativa del medesimo” forse è il caso che l’attuale esecutivo della città di Ivrea, in qualità di maggior azionista all’interno della quota spettante ai Comuni pari al 42,80%, cominci a porsi qualche domanda. Oppure si preferirà mettere la testa sotto la sabbia come è accaduto, poco più di un anno fa, con il CIC?

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 24 gennaio 2017

 

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