Un viaggio senza meta

Un viaggio senza meta

Nelle ultime due settimane si sono svolti in città due convegni nei quali una serie di esperti, esterni alle dinamiche eporediesi, ha espresso idee, proposte, progetti, suggestioni in grado di rilanciare una città che da troppo tempo si è rinchiusa su sè stessa. Così facendo, invischiati nelle beghe di partito, siamo rimasti immobili, mentre altre realtà territoriali si sono proiettate verso un futuro capace di cogliere le sollecitazioni che arrivano da un mondo in repentina trasformazione e sempre più globale. L'ondata migratoria senza precedenti ne è solo l'ultima dimostrazione.
Questi relatori ci hanno raccontato di come nel mondo esistano esempi da seguire, buone pratiche da copiare, ma ci hanno anche detto che per poter raggiungere determinati obiettivi servono progettualità, capacità cooperativa, consapevolezza dei compiti, processi trasparenti e partecipativi basati su procedure definite e già sperimentate. Non si può improvvisare.
Tutti buoni propositi che risultano però tardivi se guardiamo alla nostra situazione attuale con un’Amministrazione comunale arrivata a gettare qualche seme a un anno dalle elezioni dopo averne passati nove di navigazione a vista perduti a rincorrere le emergenze del momento, ma senza pianificare e progettare, in maniera coordinata, lo sviluppo e l'ammodernamento della città.
E questo appare evidente se si pensa che pianificazione e progettazione necessitano di tutta una serie di dati oggettivi, tempi e condizioni senza i quali si può anche giocare a fare un po' di propaganda, ma non certo a gettare le basi per una vera rinascita e infatti il senso di svuotamento della città è sotto gli occhi di tutti.
L'ha detto chiaramente venerdi scorso il prof. Rocco Curto del Politecnico di Torino, coordinatore, insieme all’arch. Lisa Accurti, dei progetti presentati dai suoi studenti nel convegno "Oltre Olivetti. Scenari per il futuro di Ivrea" svoltosi nel salone dei 2000, che un conto è far esercitare degli studenti su edifici di valore storico e architettonico mondiale un altro è individuare possibili strade da percorrere per il recupero di migliaia e migliaia di metri cubi di edifici industriali in gran parte dismessi. A partire dalla questione più evidente è cioè che tutti questi immobili sono di proprietà di fondi immobiliari privati alcuni dei quali non hanno nemmeno consentito l'accesso agli studenti che hanno dovuto lavorare solo su materiale d'archivio. Tanto era l’interesse di tali fondi proprietari che, seppur invitati, non si sono visti loro rappresentanti o se c’erano tra il pubblico non hanno espresso il loro parere su questa operazione, almeno nella sessione pomeridiana.
Lo stesso prof. Curto ha ribadito che il Comune dovrebbe esplorare la possibilità di acquisire al patrimonio pubblico qualcuno di questi edifici in funzione di un possibile riutilizzo per quegli scopi sociali, ludici, culturali, artistici, turistici che molti dei progetti proponevano.
Ma è difficile aspettarsi dall’attuale Amministrazione un atto di coraggio, una presa di coscienza in tal senso se uno degli edifici storici olivettiani, il complesso La Serra, entro il quale si trova la Sala Cupola di proprietà comunale, è stato incredibilmente tenuto fuori dalla candidatura Unesco e versa oggi in uno stato di degrado che di certo non offre un bel biglietto da visita al turista che si trovasse a passare da quelle parti.
Come già emerso nel convegno della settimana scorsa sul Polo culturale di Piazza Ottinetti servirebbe muoversi su linee di indirizzo chiare che questa Amministrazione non ha mai elaborato. Altro che voli pindarici nell'immaginare un roseo futuro prossimo che non c'è e anche questo è emerso dagli interventi di alcuni relatori che si sono detti stupiti che dei molti progetti presentati solo una minima parte prevedrebbe un recupero degli edifici ad uso produttivo. Hai voglia a offrire servizi alla persona se le persone non hanno lavoro e quindi non possono permettersi di usufruire di tali servizi.
Con questo non vogliamo togliere nulla alla bravura degli studenti che hanno dimostrato una buona creatività e visione progettuale accompagnate da una eccellente capacità espositiva, ma dire, i nostri politici, che questo ventaglio di suggestioni progettuali unito al possibile ottenimento del riconoscimento Unesco saranno le carte vincenti per la rinascita della città ci pare giusto una favoletta di fine mandato.
Se volessimo paragonare il percorso dell’attuale Amministrazione Comunale ad un viaggio potremmo definirlo un viaggio senza meta, senza un itinerario prestabilito passato a vagare per anni tra mete casuali e mai sistemiche: tribunale, poliambulatorio, qualche supermercato qua o là per poi tentare di raggiungere, con la foga e l'approssimazione del ritardatario, una meta importante a tutti i costi nell’ultimo lasso di tempo a disposizione.
Ma non è più possibile affrontare la politica in questo modo con lo stesso approccio di 20 o 30 anni fa quando i partiti erano gli unici gruppi organizzati in grado di guidare gli elettori in nome delle ideologie che hanno attraversato il '900. Oggi nuove categorie di pensiero accomunano cittadini del mondo sempre più informati e interconnessi e sono legate alla vita quotidiana caratterizzata da fenomeni trasversali e universali che richiedono alla politica un cambio deciso di paradigma e di lettura dei fenomeni. Continuare ad appoggiarsi, anche a livello locale, a vecchie liturgie politiche che si limitano a guardare ai cittadini solo in tempo di elezioni, per poi dimenticarsene nel resto del mandato, è un’abitudine che va superata senza perdere ulteriore tempo pena la decadenza definitiva di una città che è stata cuore pulsante del mondo produttivo e intellettuale solamente meno di un secolo fa e per uscire dalla palude non basteranno più i trasformismi dell'ultima ora da parte di chi fino ad oggi ha fatto parte di quel sistema che in questa palude ci ha fatto finire. Serve un cambio radicale non certo una minestrina riscaldata.

Articolo pubblicato su "La Voce" di martedì 20 giugno 2017

 

Torna in alto