Francesco Comotto

Francesco Comotto

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Il grande inganno

Capita a volte che parlando con le persone, soprattutto in questa fase pre-elettorale, alcune di loro manifestino la volontà di impegnarsi per il bene comune e la collettività, ma di non riuscire a farlo sentendosi inadeguate alla politica o non ritenendosi all’altezza. “Troppo complessa” dicono, non rendendosi conto che questo tenersi fuori è proprio il fine di quella mala-politica alla quale ci siamo abituati da troppo tempo e che sta trascinando l’Italia in un baratro.
Se guardiamo oggi al quadro politico nazionale viene da piangere e da rimpiangere, almeno per quelli che hanno superato gli “anta”, la prima Repubblica quando almeno c’erano partiti di sinistra che professavano politiche di stampo progressista e c’erano partiti di destra che si ispiravano a politiche conservatrici. Il quadro era abbastanza chiaro e i leader erano sufficientemente coerenti con la linea politica del partito di appartenenza. C’erano poi leggi elettorali che garantivano, pur con tutti i limiti del caso, una rappresentanza territoriale mentre oggi i candidati “di peso” vengono catapultati in collegi reputati sicuri in regioni d’Italia nelle quali probabilmente non sono mai passati nemmeno come turisti.

La rivoluzione con il sorriso

La parola rivoluzione può assumere diversi significati a seconda del contesto nel quale viene utilizzata. Nell'accezione comune viene spesso intesa come un qualcosa di organizzato finalizzato all'instaurazione di un nuovo ordine sociale e politico in ricordo delle più famose rivoluzioni della storia, da quella francese a quella americana a quella russa, tanto per citare le più conosciute. Si tende anche ad immaginare necessaria, per la loro riuscita, una certa dose di violenza, ma la storia ci ha insegnato che sono esistiti movimenti pacifici e non violenti, basati su un approccio culturale, che sono riusciti a sovvertire poteri oppressivi che parevano insostituibili. Una delle caratteristiche che contraddistingue l'Italia è che una vera e propria rivoluzione non c'è mai stata perchè alla fine si è sempre trovato il modo per “sistemare le cose”.

Meglio tardi che mai... ma non basta

In questo turbolento, quanto deludente, finale di mandato amministrativo può anche capitare che accada qualcosa di positivo. Nella scorsa settimana siamo infatti venuti a conoscenza di due iniziative intraprese dall’esecutivo che danno finalmente riposta, anche se parziale, a istanze da noi poste a gran voce nel tempo. Chi ha avuto la pazienza e l’interesse di seguire la nostra attività in Consiglio Comunale in questi cinque anni saprà che, seppur dai banchi della minoranza, non ci siamo mai limitati alla mera critica, ma abbiamo sempre cercato di proporre idee, soluzioni, proposte alternative. Purtroppo quasi mai, per partito preso, siamo stati ascoltati, ma i casi di cui parliamo oggi sono la dimostrazione che la perseveranza e la determinazione a volte possono portare a risultati insperati.

Vivere il presente, consapevoli del passato, ma guardando al futuro

“Nella società attuale le forme di vita e di struttura economica, l’ordinamento politico non sono in armonia con gli uomini e nemmeno ne favoriscono le migliori tendenze. L’intelligenza non è al servizio del cuore e il cuore non è al servizio dell’intelligenza. Allora bisogna creare un organismo nuovo, un organismo vivo e vitale, più fecondo di quelli che hanno accompagnato la società politica fino a oggi”. Adriano Olivetti scriveva queste profetiche parole nel 1949 in un libro dal significativo titolo: “Democrazia senza partiti”. Nel pensiero politico dell’”Ingegnere”, incredibilmente attuale nonostante siano passati circa settant’anni, troviamo alcune costanti che ogni tanto affiorano nello svolgersi dei suoi ragionamenti. Una di queste è certamente lo sguardo sempre orientato verso il futuro ed un’altra è la necessità di non cristallizzarsi sull’esistente per muoversi nella continua ricerca di qualcosa di nuovo in grado di migliorare la qualità della vita delle persone.

La salute prima di tutto

La politica dovrebbe, a nostro modo di vedere, saper individuare, ascoltare, recepire, analizzare le problematiche che segnano la nostra quotidianità per poi affrontarle, soprattutto in alcuni casi, con determinazione e risolutezza. Servirebbe anche avere ben chiara in testa una scala di priorità perché se l’erba alta in un’aiuola può aspettare una settimana prima di venire tagliata un vetro rotto in una scuola andrebbe sostituito il prima possibile, soprattutto d’inverno. Chi si occupa di amministrazione pubblica sa quanto sia difficile individuare scale di priorità perché ci sarebbe bisogno di soddisfare molteplici necessità, parecchie delle quali diventate impellenti a causa della scarsa attenzione riservata loro in passato da una politica a dir poco disattenta. Attenzione e cura nei confronti della città sono due attività che ci stanno molto a cuore e che consideriamo imprescindibili in un progetto di rilancio di una città da troppo tempo in declino e apparentemente abbandonata a sé stessa.

Perchè non qui e ora?

Capita ogni tanto che qualcuno, soprattutto se non segue da vicino le vicende dell’Amministrazione eporediese, ci chieda quale sia il nostro punto di vista sulla politica locale manifestando, in alcuni casi, la propria presunta inadeguatezza ad occuparsi di temi inerenti la “cosa pubblica”. Dal nostro modo di concepire e vivere la politica non c’è nulla di più sbagliato di questa falsa credenza che fa molto comodo, se ci pensiamo bene, alla mediocre classe politica che sta portando l’Italia verso il baratro. E’ infatti utile ogni tanto ricordare che, nonostante l’immobilismo soprattutto dal punto di vista degli investimenti pubblici e del welfare, il debito pubblico ha raggiunto l’iperbolica cifra di 2.300 miliardi di euro che vuol dire, tanto per essere chiari, che contando una popolazione complessiva di 60 milioni di abitanti ognuno di noi, dal neonato al centenario, ha un debito pari a circa 35.000 euro.

Le parole non bastano, servono azioni concrete

Le parole, meglio se ispirate da idee valide, sono importanti in politica, ma rischiano di azzerare il loro valore se non vengono seguite da azioni concrete. Purtroppo in Italia viviamo in una perenne campagna elettorale e siamo abituati da troppo tempo, ad ogni livello e con troppa frequenza a sentire sparate propagandistiche che nella maggior parte dei casi non hanno un seguito nella realtà. Secondo il nostro punto di vista a livello locale una maggiore concretezza, se poggiata su progetti e programmi seri, realistici e sostenibili finanziariamente, potrebbe essere possibile suddividendo però gli sforzi e le risorse disponibili in base a una scala di priorità oggettive; meglio se condivisa con i cittadini. Ciò che non andrebbe fatto è promettere servizi, opere e azioni che già si sa essere di difficile se non impossibile realizzazione. L’attuale Amministrazione da questo punto di vista non ha certo dato esempio di virtuosità e di lungimiranza. Se andiamo a vedere quanto promesso nel programma elettorale del 2013 troviamo un’infinità di promesse non mantenute nonostante si trattasse dell’Amministrazione uscente che aveva tutti i dati e gli elementi per poter agire fin da subito.

L'anno che verrà

“Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno …” cantava un indimenticabile Lucio Dalla nella canzone che ha dato il titolo a questo articolo. La fine di un anno è sempre tempo di bilanci e di sguardi speranzosi verso il futuro prossimo che ci aspetta. Per quanto riguarda la politica cittadina si tratta anche della conclusione dell’attività dell’attuale Amministrazione comunale che coincide anche con il completamento dei due mandati del Sindaco Della Pepa. E’ tempo quindi di bilanci anche per la nostra lista civica. Cinque anni fa ci siamo approcciati con entusiasmo, idee e tanta voglia di fare per una città da troppo tempo ripiegata su sé stessa a contemplare nostalgicamente un passato che non c’è più e nemmeno potrà esserci in futuro, almeno così come lo avevamo conosciuto nei tempi d’oro di mamma Olivetti.

Il valzer del bilancio

Non sembra vero siano già passati quasi cinque anni, ma venerdi 22 dicembre (va specificato che questo articolo è stato scritto prima di quella data) è andato in scena l’ultimo bilancio, il preventivo 2018, dell’attuale Amministrazione Comunale. Come ampiamente previsto la proposta dell’esecutivo non ha apportato alcuna novità: né dal punto di vista del metodo, né da quello dei contenuti. Se vogliamo trovare una connotazione specifica per questo bilancio possiamo dire che è un chiaro esercizio di fine mandato con un sguardo alla prossima, quanto imminente, campagna elettorale. Dal punto di vista del metodo non si è vista neanche questa volta l’ombra di un tentativo di rendere più “partecipato”, come richiesto ripetutamente dalla minoranza durante tutto il mandato, il processo di elaborazione del bilancio. Tutto come da norma, quindi, con centinaia di pagine di numeri e dati trasmessi per via informatica ai consiglieri senza un minimo di spiegazione e di facilitazione nella loro interpretazione da parte dell’assessorato di riferimento, confermando il detto che sostiene che le abitudini, anche le peggiori, sono dure a morire.

Esistono ancora le istituzioni?

Il termine “istituzione” può assumere diversi significati. Ai fini di questo articolo prendiamo quello che definisce un’istituzione come: “Tutto ciò che è istituito dall'uomo ed è regolato da leggi e normative civili o religiose”. Questa definizione ci dice con chiarezza che stiamo parlando di qualcosa che è opera dell’uomo e nel contempo è pubblico e regolamentato. Qualcosa che si pone ad un livello superiore al popolo in quanto dallo stesso riconosciuto e accettato come tale e, proprio per questo, di un’istituzione tendenzialmente ci si dovrebbe fidare. Un’istituzione può anche essere vista come un punto fermo o come un approdo verso il quale dirigersi nei momenti di burrasca proprio perché sta al di sopra delle parti e quindi non dovrebbe privilegiare o avversare nessuno cercando di riportare tutti a riva indistintamente. Quando si assume un ruolo istituzionale bisognerebbe trasformare le proprie visioni da soggettive in oggettive muovendosi all’interno di quelle regole che una data istituzione si è data.

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