Francesco Comotto

Francesco Comotto

URL del sito web:

Per un progetto politico veramente alternativo

Viviamo Ivrea è un insieme di cittadini che cinque anni fa hanno deciso di riunirsi in un’associazione investendo parte del proprio tempo e della proprie competenze con l’obiettivo di rendere più bella, accogliente e vivibile la propria città. Si sono messi in gioco per passare dalla lamentela e dalla critica, anche se a volte doverose, all’elaborazione di una proposta di amministrazione della città alternativa e proiettata a quel futuro che oggi viene negato ai nostri giovani. Abbiamo vissuto per troppi anni senza una visione, senza una progettualità minima in grado di dare speranza ad un tessuto sociale martoriato da una perdurante crisi causata da deleterie forme di economia esclusivamente basate sulla concorrenza sfrenata, sulla competizione, sulla ricerca ossessiva, a tutti i costi, anche sociali, del profitto fine a sé stesso. Il nostro progetto di città nuova prevede di far tornare Ivrea ad essere un esempio e un punto di riferimento positivo e d’avanguardia per il territorio e nel mondo grazie alla sua storia millenaria, alla sua bellezza e all’ineguagliabile epopea olivettiana. Le parole di Adriano ritornano spesso nei nostri pensieri e nelle nostre azioni compresa la sua convinzione riguardo la necessità del superamento dei partiti tradizionali nei quali, già allora, lui vedeva una degenerazione valoriale che tradiva di fatto la spinta ideale che li aveva visti nascere.

In cammino verso la città nuova

La scorsa estate rientrando da un breve viaggio a sud incontrai, nel tempo vuoto dell’attesa alla stazione di Salerno, un giovane e simpatico glaciologo. Parlando delle rispettive provenienze scoprii che conosceva bene la zona del Canavese dalla quale provengo, Ivrea e l’anfiteatro morenico e più su le alpi valdostane a noi prossime erano state oggetto dei suoi studi, in passato. Mi raccontò quindi che di rilevazioni sulle nostre montagne non se ne fanno più, i glaciologi che vogliano oggi scoprire qualcosa di nuovo sull’andamento climatico globale e sulle sue conseguenze si dirigono verso i ghiacci del nord Europa, verso l’Artico, che ancora può raccontare qualcosa. I ghiacciai del Monte Bianco no, non hanno più nulla da raccontare, sono infatti destinati a scomparire definitivamente nell’arco di qualche decennio. Non era una notizia facile da digerire: è un po’ come avere un moribondo in casa, sapere che il suo destino è segnato e che pertanto per qualcuno la sua storia perde di importanza, nonostante la sua attuale presenza. Eppure…

Prevenzione, questa sconosciuta

Non abbiamo ancora tirato un sospiro di sollievo grazie alle recenti piogge, dopo mesi di siccità, che già apprendiamo dalla televisione dei rischi di alluvioni e smottamenti. Siamo passati dal fuoco che ha devastato, come da tempo non accadeva, migliaia di ettari solo in Piemonte, all’acqua, perché ormai ogni volta che si prevedono due gocce in più del solito tutto il sistema va in fibrillazione e si alzano immediatamente i livelli di allerta giusto per scaricare un po’ di responsabilità. Purtroppo troppo allarme spesso corrisponde a nessun allarme perché non si sa mai quale sia quello reale così che quando capita un evento catastrofico novanta su cento siamo impreparati ad affrontarlo. Nel caso degli incendi in Piemonte non c’erano nemmeno disponibili i Canadair necessari tanto che ce ne hanno dovuti gentilmente prestare due gli amici croati perché chi ci governa invece di investire in sicurezza e salvaguardia del territorio e delle popolazioni acquista aerei da guerra come i costosissimi F35 (140 mln di euro l’uno).

Tornare alle origini

In questo spazio, gentilmente concesso alle minoranze per poter esprimere il loro punto di vista, si discute della situazione socio-politica eporediese. Ogni settimana, ponendosi di fronte al foglio bianco alla ricerca di un argomento da trattare, viene spontaneo analizzare uno dei diversi episodi che caratterizzano la vita politica e istituzionale della città. In questo articolo, che sopraggiunge a meno di una settimana dall’ultimo Consiglio Comunale, ci si aspetterebbe probabilmente di leggere qualcosa su quanto accaduto in quella sede, ma oggi non sarà così, proveremo a volare un po’ più in alto. Sempre questa settimana infatti nella vivace vita culturale cittadina ho avuto l’occasione di assistere alla presentazione di un libro; non importa quale, l’argomento trattato e chi ne sia l’autore, almeno ai fini della presente riflessione, quanto l’elemento che ne ha ispirato la scrittura. L’autore, un bravo e conosciuto giornalista, abituato a grandi palcoscenici e personaggi famosi ha sentito la necessità, a un certo punto della sua vita professionale, di rallentare la corsa per concentrare la propria attenzione sulle proprie origini, sui momenti e sui luoghi dai quali tutto è cominciato. Utilizzando una metafora del mondo calcistico ha spiegato che è come passare dal Maracanà o dal Santiago Bernabeu, vetrine di grandi e celebrati campioni, ai polverosi campetti di periferia dove tutti hanno cominciato a tirare i primi calci e dove si può trovare ancora la vera passione per quello sport.

Idee poche e molto confuse

Molti conosceranno la pessima abitudine di approvare a fine legislatura leggi finanziarie pre-elettorali tramite le quali le forze politiche che detengono il potere tentano di accontentare alcune categorie o gruppi di riferimento per garantirsi sacche di voti alle elezioni che stanno arrivando. Quelli pre-elettorali sono sempre bilanci piuttosto morbidi, non certo lacrime e sangue, che esulano da ogni visione programmatica limitandosi a ricercare il consenso prossimo venturo tramite l’elargizione di finanziamenti specifici a specifiche categorie di soggetti. Ecco che progetti, opere, iniziative mai considerate negli anni precedenti diventano prioritarie soprattutto quando a richiederli sono gruppi di pressione che possono spostare quantità di voti importanti. Nelle dichiarazioni dell’esecutivo di governo è tutta una promessa di riduzione di imposte e tasse, di contributi per la crescita, di interventi sul sociale e via discorrendo. Puntualmente poi, trattandosi di iniziative estemporanee, non incardinate in progetti strutturali, gran parte delle risorse promesse: o non risulteranno effettivamente disponibili o non verranno utilizzate per le opere indicate dovendo tamponare qualche altra urgenza.

Il valore universale della democrazia

Siamo nell’aula di Montecitorio, è il 14 febbraio del 1977. A un certo punto del dibattito parlamentare prende la parola un signore, nel senso più ampio e alto del termine, di nome Enrico Berlinguer. Durante il suo intervento pronuncia queste parole: «Si manifestano oggi, in tutta la compagine sociale italiana, le conseguenze di uno sviluppo economico che per anni ha accumulato ingiustizie, distorsioni, squilibri, parassitismi, privilegi, sprechi. Lo Stato e i poteri pubblici lungi dal contrastare e correggere tale tipo di sviluppo, lo hanno assecondato e protetto con pratiche sperperatrici, inique e clientelari».
Sono passati giusto quarant’anni, ma i concetti espressi sono di un’attualità disarmante e potrebbero essere ribaditi uno per uno e fatti propri anche per quanto riguarda l'asfittico dibattito politico locale. Qualche mese dopo, il 14 luglio dello stesso anno e nello stesso luogo, Berlinguer, riferito alla società dell’epoca, sosteneva: «Una struttura economica e sociale e un conformazione e gestione del potere politico che hanno portato al primato dei particolarismi sull’interesse generale, al prevalere delle convenienze private su quelle pubbliche, di quelle di categoria su quelle di classe, di quelle di gruppi di pressione e delle clientele sugli interessi dello Stato». Se mettiamo insieme gli stralci dei due interventi ci rendiamo conto di come la drammatica situazione di decadenza sociale e culturale e di disinteresse verso il bene pubblico, che viviamo oggi, fosse già stata lucidamente fotografata da uno degli interpreti più lucidi ed onesti intellettualmente della storia politica italiana. Maggior merito va dato al pensiero di questo grande uomo se ci caliamo nel periodo storico in cui questo maturò perché la sua idea di un “compromesso storico” capace di ridare la parola ai cittadini tramite le migliori componenti popolari, in maniera ideologicamente trasversale, nasceva dalla profonda preoccupazione sulla tenuta del sistema democratico in quei tempi difficili. 

L'alternativa possibile

Nel fine settimana del 7-8-9 ottobre si è svolta un'interessante iniziativa dal titolo: “Pausa pranzo. Conversazioni sull'economia civile” organizzata dall’associazione Quinto ampliamento. Una compagine di nuova formazione che vorrebbe portare all’interno del mondo imprenditoriale il tema della responsabilità sociale dell’impresa e che così si definisce sul proprio sito internet: "Il Quinto Ampliamento è un movimento di pensiero che intende promuovere un rinnovato modello di impresa, il quale ponga al centro della propria azione la crescita della persona e uno sviluppo sostenibile ed equilibrato. La crisi economica attuale rivela in modo sempre più chiaro, anche a livello internazionale, il suo carattere sistemico: i semi non germogliano su terreni trascurati, le imprese non fioriscono su territori impoveriti da diseguaglianze, divisioni, disincanto". Da dove avrebbe potuto partire una iniziativa del genere se non da Ivrea e proprio da quelle Officine H diventate simbolicamente nel tempo il cuore, non soltanto materiale, del pensiero e dell’opera di Adriano Olivetti?

Volare basso

Partiamo da una notizia positiva e cioè che la mozione dal titolo: “La biblioteca civica è sicura?” è stata approvata all’unanimità nel Consiglio Comunale dello scorso 27 settembre. Purtroppo le buone notizie finiscono qui per almeno due motivi: il primo è che, nonostante sia stata approvata, molto probabilmente rimarrà inattuata come decine di altre che l’hanno preceduta e il secondo è che, avvicinandosi la prossima campagna elettorale, il già scadente dibattito consiliare subirà un’ulteriore caduta verso il basso e nell’ultima seduta ne abbiamo avuta una chiara dimostrazione. I lettori sapranno che una mozione è un atto formale con il quale il Consiglio Comunale chiede a Sindaco e Giunta, e cioè al potere esecutivo cittadino, di impegnarsi per la risoluzione di un problema, per vigilare su una situazione critica o per compiere un qualunque atto di loro competenza. La mozione approvata giaceva in qualche cassetto dal 17 luglio scorso, ma nonostante la gravità dell’argomento è stata discussa solo la settimana scorsa e chiedeva a Sindaco e giunta di intervenire urgentemente riguardo la messa in sicurezza della Biblioteca civica che abbiamo scoperto essere sprovvista del Certificato di Prevenzione Incendi. Non serve essere esperti del settore per capire che una tale destinazione d’uso possiede un elevato carico di incendio con relativi rischi conseguenti. Ora ammesso che qualcosa si sia mosso, dal punto di vista dell’affidamento ad un professionista per la redazione dei necessari elaborati, sarebbe probabilmente il caso, come richiesto dalla mozione, di essere chiari sulla reale situazione di rischio prendendo i necessari provvedimenti, che si presumono temporanei, in attesa della realizzazione dei lavori di messa in sicurezza. Bisogna infatti tenere conto che non basta presentare il Certificato Prevenzione Incendi ai Vigili del Fuoco, ma effettuare tutti i lavori necessari, da questo stabiliti, per la messa a norma della struttura.

Una città a misura d'uomo

Giovedi 21 settembre si è svolta in Municipio, presso la Sala consiliare, una Commissione Assetto del territorio con all’ordine del giorno l’incontro con una delegazione del pull di professionisti incaricato di elaborare una variante strutturale al Piano Regolatore Generale. Fin da inizio mandato abbiamo perorato la causa di una rivisitazione profonda dell’attuale strumento urbanistico e più volte ne abbiamo scritto anche dalla righe di questo editoriale. Un piano regolatore è uno strumento politico, nella migliore accezione del termine, potente e in grado di indicare una visione della città e del suo territorio negli anni a venire.
Ha una valenza interdisciplinare tramite la quale, analizzata la situazione socio economica attuale e le criticità riscontrate nella precedente programmazione urbanistica, individua le linee guida e le regole per una rivisitazione ed armonizzazione del territorio comunale in funzione delle nuove necessità del vivere e dell’abitare. Crediamo molto nell’impostazione multidisciplinare di questo importante strumento di pianificazione tanto da aver richiesto che nel bando di gara per l’affidamento dell’incarico fosse inserita, tra le altre professionalità tipiche dell’urbanistica, anche la figura di un sociologo. Proposta che è stata accolta e quindi il nostro auspicio è che il processo di elaborazione del piano arrivi alla sua logica definizione tecnico-normativa dopo essersi calato in tutti gli aspetti che ineriscono alla vita dei cittadini.

Un luogo da costruire

Più volte dalle righe di questo spazio settimanale abbiamo dato una definizione della nostra idea, multiforme, di politica; attività necessaria, a nostro avviso, per una pacifica convivenza tra le persone e tra le comunità. In questo editoriale, partendo da un passaggio del poeta e scrittore contemporaneo Franco Arminio, cerchiamo di individuare nuovi punti di vista capaci di generare barlumi di speranza in un panorama socio-politico che pare muoversi verso una repentina involuzione. La storia ci insegna che a periodi di floridezza e di benessere si susseguono crisi e periodi bui e se i decenni che hanno contraddistinto il dopoguerra hanno portato benessere e grandi aspettative, in questo inizio di terzo millennio non possiamo certamente dire di trovarci in una situazione analoga vivendo un periodo di paura, di smarrimento, di incertezza nel futuro. I passaggi da uno status all’altro sono sempre causati da eventi, o serie di eventi, che costituiscono una cesura netta con il passato recente che in qualche modo li ha determinati. Se il cambiamento, anche se sentito e reputato necessario dalla gran parte dell’opinione pubblica, non è graduale e consapevole, ma immediato e irrazionale diventa traumatico e potenzialmente pericoloso. Per dirla con una metafora se si tira troppo la corda si rischia che questa prima o poi si rompa senza sapere a priori con quali conseguenze per la collettività.

Sottoscrivi questo feed RSS